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Sorpresi da una tormenta di neve? Cosa fare per salvarsi la vita

La montagna non perdona i pellegrini impreparati. MaxMaximovPhotography - Shutterstock
La montagna non perdona i pellegrini impreparati. MaxMaximovPhotography - Shutterstock

Questo articolo ha uno scopo informativo e divulgativo. Non sostituisce una formazione di sicurezza in montagna né una valutazione medica. L’ipotermia grave è un’emergenza: chiama i soccorsi non appena possibile.

Nel 1153, l’anno stesso della sua morte, Pietro II visconte di Béarn fondò un nuovo ospedale per pellegrini sul valico di Roncisvalle, proseguendo una tradizione già avviata dalla sua famiglia lungo quel passo dei Pirenei. Quel valico, a milletrecento metri di quota, tra Saint-Jean-Pied-de-Port e la Navarra, era ed è tuttora uno dei tratti più esposti dell’intero Cammino di Santiago, capace di passare da un sole quasi mediterraneo a un vento gelido in poche ore.

Gli ospedali costruiti lungo quel crinale nel Medioevo esistevano proprio perché la montagna, allora come oggi, non concede margini di errore a chi la sottovaluta.

Chi cammina oggi porta GPS, previsioni meteo aggiornate in tempo reale e giacche tecniche che i pellegrini medievali non avrebbero neppure saputo immaginare. Eppure il meccanismo fisiologico dell’ipotermia non è cambiato di una virgola, e ogni anno continua a sorprendere camminatori esperti quanto principianti.

Come riconoscere l’ipotermia prima che sia grave

L’ipotermia si verifica quando il corpo perde calore più rapidamente di quanto riesca a produrne, facendo scendere la temperatura interna sotto i 35°C. Non serve un freddo polare: secondo i Centers for Disease Control and Prevention, può manifestarsi anche con temperature sopra lo zero, se la persona è bagnata e esposta al vento per periodi prolungati (CDC / Massachusetts Department of Public Health, “Hypothermia and Frostbite”). I segnali da monitorare, secondo le stesse fonti e il National Weather Service, sono progressivi:

  • Brividi intensi e persistenti (attenzione: quando i brividi si fermano del tutto, non è un buon segno, indica un peggioramento).
  • Confusione, difficoltà a parlare in modo chiaro, perdita di lucidità nelle decisioni.
  • Goffaggine nei movimenti, difficoltà a mantenere l’equilibrio.
  • Stanchezza improvvisa e desiderio di fermarsi o addirittura di dormire, un impulso paradossalmente pericoloso in queste condizioni.

 

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Cosa fare sul momento, senza aspettare i soccorsi

Se ti trovi sorpreso da una tormenta di neve o da un brusco calo delle temperature durante una tappa, alcune azioni concrete, indicate dal National Weather Service e da diversi servizi di emergenza territoriale, possono fare la differenza prima che arrivi aiuto (NWS, “Cold Weather Safety”; NWS, “Cold Outreach”):

  • Cerca riparo immediato dal vento: anche un muretto, un gruppo di alberi o un avvallamento del terreno riducono drasticamente la dispersione di calore.
  • Se i vestiti sono bagnati, cambiali appena possibile con indumenti asciutti. L’umidità sulla pelle accelera la perdita di calore molto più dell’aria fredda da sola.
  • Copri innanzitutto il tronco e la testa, non le estremità: riscaldare prima mani e piedi può spingere il sangue freddo verso il cuore e peggiorare la situazione.
  • Se sei con altre persone, il calore corporeo condiviso, ad esempio stretti in un unico sacco a pelo o sotto una coperta termica, è più efficace di qualsiasi tentativo isolato.
  • Se la persona colpita è ancora cosciente, offri bevande calde e zuccherate, mai alcolici: l’alcol dà una falsa sensazione di calore mentre in realtà accelera la dispersione termica.

Congelamento: un rischio parallelo da non sottovalutare

Accanto all’ipotermia, il freddo estremo porta con sé il rischio di congelamento, che colpisce in genere dita, naso e orecchie. I segnali includono pelle che diventa bianca o cerea, perdita di sensibilità, formicolio seguito da intorpidimento

La regola d’oro qui è opposta all’istinto: non strofinare mai la parte colpita, perché il ghiaccio nei tessuti può causare ulteriori danni con lo sfregamento. La parte va riscaldata gradualmente, idealmente con acqua tiepida, mai bollente, evitando categoricamente di farla ricongelare una volta scaldata.

Prevenire resta la strategia migliore

Nessuna delle indicazioni sopra sostituisce la prevenzione, che per chi cammina significa soprattutto informarsi prima di partire. Controllare le previsioni meteo del tratto specifico, non solo della regione generale, è fondamentale su valichi come quello di Roncisvalle o su tratti d’alta quota della Via Francigena attraverso le Alpi.

Vestirsi a strati, portare sempre un capo impermeabile e uno strato termico di riserva anche in stagioni apparentemente miti, e informare qualcuno del proprio itinerario giornaliero, sono pratiche che i manuali di sicurezza in montagna raccomandano da decenni e che restano, semplicemente, le più efficaci.

 

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L’attrezzatura minima che cambia l’esito di una giornata

Chi affronta tratti d’alta quota su itinerari come il passo dei Pirenei tra Saint-Jean-Pied-de-Port e Roncisvalle, o i valichi alpini della Via Francigena, dovrebbe considerare alcuni oggetti non come optional ma come dotazione minima, anche in stagioni apparentemente miti. Infatti, un cambiamento meteo improvviso resta comunque possibile: una giacca antivento e impermeabile riposta separatamente e facilmente accessibile senza dover svuotare l’intero zaino, guanti e un copricapo che coprano le orecchie, una coperta termica d’emergenza, leggerissima e poco ingombrante, capace di fare la differenza in caso di attesa prolungata dei soccorsi.

In caso di visibilità ridotta da neve o nebbia fitta, orientarsi diventa più difficile del previsto anche su sentieri ben segnalati: mantenere il contatto visivo con gli altri membri del gruppo, evitare di separarsi anche per brevi tratti, e affidarsi a un’applicazione di navigazione scaricata offline prima della partenza. Sono precauzioni che richiedono pochi minuti di preparazione e che, in condizioni di scarsa visibilità, diventano determinanti.

Una lezione che la montagna ripete da secoli

C’è una continuità quasi commovente tra gli ospizi medievali costruiti sui valichi alpini e pirenaici e i moderni rifugi di emergenza segnalati sulle app di trekking: entrambi nascono dalla stessa consapevolezza, che la montagna non perdona l’impreparazione, indipendentemente da quanto sia sacro lo scopo del viaggio.

Chi cammina oggi lungo quei crinali eredita non solo un percorso, ma anche l’intelligenza pratica di chi lo ha attraversato per primo, spesso pagando con la vita gli errori che oggi, con un minimo di attenzione, sono del tutto evitabili.

 

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