A nord della vivace città di Varanasi, nello stato indiano dell’Uttar Pradesh, si trova Sarnath — una tranquilla zona archeologica che un tempo segnò l’inizio di una delle tradizioni filosofiche più influenti della storia umana. Qui, nel V secolo a.C., Siddhartha Gautama, appena risvegliato dopo l’Illuminazione sotto l’albero della Bodhi a Bodh Gaya, pronunciò il suo primo sermone a cinque asceti che un tempo erano stati suoi compagni di penitenza.
Questo evento, noto nella tradizione buddhista come Dhammacakkappavattana Sutta, ovvero “La messa in moto della Ruota della Legge (Dharma)”, pose le fondamenta dell’insegnamento del Buddha e simbolicamente fece ruotare la Ruota del Dharma.
Il sito di Sarnath
Al tempo del Buddha, Sarnath era conosciuto come Isipatana, “il luogo dove atterrano i saggi (rishi)”, un bosco monastico associato agli antichi veggenti. Oggi il sito archeologico è un complesso sereno di rovine, stupa e fondazioni monastiche circondate da parchi e musei. Il monumento più imponente è la Dhamekh Stupa, una struttura cilindrica in mattoni e pietra alta circa 34 metri e con un diametro di 28. Il suo tamburo inferiore, scolpito con motivi floreali e geometrici, risale al periodo Gupta (IV–VI secolo d.C.), anche se il nucleo centrale potrebbe conservare una struttura maurya più antica.
Nelle vicinanze si trovano i resti della Dharmarajika Stupa, attribuita all’imperatore Ashoka (III secolo a.C.), che commemorò i luoghi della vita del Buddha con pilastri di pietra e stupa. Uno di questi pilastri ashokani si erge ancora in frammenti a Sarnath, con il fusto ora custodito nel museo adiacente. Il capitello dei leoni — quattro leoni seduti schiena contro schiena sopra un abaco circolare ornato da ruote e animali — fu adottato come emblema nazionale dell’India nel 1950, testimonianza del perdurante valore simbolico di Sarnath.

Il sermone: la Ruota del Dharma si mette in moto
Il primo sermone del Buddha ai suoi cinque discepoli, conservato in pāli, sanscrito e in successive traduzioni, delinea la struttura centrale del pensiero buddhista. L’ambientazione è semplice — cinque mendicanti in un parco dei cervi — ma la portata è immensa: in esso vengono enunciati la Via di Mezzo, le Quattro Nobili Verità e il Nobile Ottuplice Sentiero.
Rifiutando sia l’eccessiva indulgenza sensuale sia l’auto-mortificazione estrema, il Buddha insegnò che la liberazione nasce da un sentiero equilibrato tra questi due estremi. Questa Via di Mezzo divenne la spina dorsale etica e contemplativa della sua dottrina, segnando una netta svolta rispetto all’ortodossia rituale e ai movimenti ascetici dell’epoca.
Il sermone prosegue con le Quattro Nobili Verità:
- La verità della sofferenza (dukkha) — l’esistenza, condizionata dal desiderio e dall’impermanenza, implica forme di insoddisfazione.
- La verità dell’origine della sofferenza — il desiderio (tanha), nato dall’attaccamento e dall’ignoranza, perpetua il ciclo delle rinascite.
- La verità della cessazione della sofferenza — la liberazione (nirvana) diventa possibile quando il desiderio viene estinto.
- La verità del sentiero che conduce alla cessazione — il Nobile Ottuplice Sentiero, che comprende retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retta sussistenza, retto sforzo, retta consapevolezza e retta concentrazione.
In questo primo discorso, il Buddha presentò il Dharma non come rivelazione divina, ma come scoperta — una verità senza tempo, accessibile attraverso la comprensione interiore e la coltivazione etica. I suoi cinque ascoltatori, toccati dalla chiarezza dell’insegnamento, avrebbero raggiunto i primi stadi del risveglio, formando così il nucleo della prima comunità buddhista (sangha).
Strati storici e memoria archeologica
Nel corso dei secoli, Sarnath divenne un fiorente centro monastico e di studi, specialmente sotto le dinastie Maurya, Kushan e Gupta. Pellegrini cinesi come Faxian (V secolo d.C.) e Xuanzang (VII secolo d.C.) descrissero una città ricca di monasteri, stupa e migliaia di monaci dediti allo studio delle varie scuole della filosofia buddhista.

Il declino del sito iniziò dopo il XII secolo, quando l’India settentrionale fu sconvolta da ondate di instabilità politica e le istituzioni monastiche vennero abbandonate o distrutte. La riscoperta di Sarnath avvenne nel XIX secolo grazie agli scavi condotti da archeologi britannici come Alexander Cunningham, che riportò alla luce la Dhamekh Stupa, rovine monastiche e iscrizioni che confermarono l’identificazione del luogo come l’antica Isipatana.
Oggi Sarnath è al tempo stesso parco archeologico e luogo di pellegrinaggio vivente. I visitatori incontrano monaci in tonache color zafferano o cremisi che girano intorno agli stupa in meditazione, scolaresche in visita al museo e pellegrini internazionali che pregano sotto alberi discendenti dall’originaria linea della Bodhi. Eppure l’atmosfera resta quieta, volutamente in contrasto con l’intensità sensoriale della vicina Varanasi.
L’eredità che continua
Il primo sermone di Sarnath rappresenta un momento di formulazione razionale più che di rivelazione — un insegnamento lucido sulla sofferenza umana e sulla possibilità della sua cessazione. La sua influenza duratura risiede nella precisione e universalità del messaggio: un’analisi della mente e della condotta etica che trascende i confini settari.
Per i viaggiatori moderni, Sarnath offre insieme profondità storica e silenzio contemplativo. Le tracce materiali — le fondamenta degli stupa, il pilastro di Ashoka, i reperti museali — radicano la memoria di un’inchiesta spirituale iniziata venticinque secoli fa. Che lo si consideri luogo di fede, di filosofia o di patrimonio mondiale, Sarnath rimane il punto in cui la “ruota della comprensione” cominciò a girare, e dove la riflessione sulla sofferenza e sulla libertà trovò per la prima volta la propria forma.

