Sono le sei e mezza. L’albergue odora di caffè solubile e di crema per i piedi, qualcuno russa ancora nel letto a castello di sopra, una torcia frontale disegna cerchi sul soffitto. Fuori è buio. Lo zaino, che a casa sembrava leggero, adesso pesa come una promessa difficile da mantenere. Davanti ci sono ventidue chilometri, e nessuno li percorrerà al posto tuo.
Ogni cammino comincia così: con una persona sola, seduta sul bordo di una branda, che stringe i lacci e si chiede perché sia partita. È la prima tappa, la più silenziosa, e si vince in un gesto minuscolo: aprire la porta e uscire nel freddo del mattino.
Chi ha camminato verso Santiago, verso Roma o verso qualunque altra meta lo sa bene. A portarti fino in fondo è la voglia di rialzarti ogni giorno, rinnovata alba dopo alba. Il cammino è una scala fatta di gradini quotidiani, e ognuno ha la sua fatica e il suo regalo.
Ottocento chilometri sono un numero che spaventa. Ventidue, invece, si possono immaginare. Hanno un nome, un paese d’arrivo, un letto che ti aspetta, una doccia calda, forse un piatto di lenticchie in una trattoria di provincia. Il segreto del pellegrino è tutto qui: smettere di guardare la meta lontana e innamorarsi della prossima.
Così la giornata si spezza in piccoli traguardi. La fontana dopo il ponte. Il bar del paese successivo, dove il caffè con leche sa di conquista. Il campanile che compare all’orizzonte e sembra non avvicinarsi mai, finché all’improvviso ci sei sotto. In Galizia i cippi di pietra con la conchiglia contano i chilometri che restano, e ogni numero che scende è una carezza.
A sera, con i piedi nell’acqua fredda, ci si accorge di aver fatto qualcosa che al mattino sembrava impossibile. E quella piccola vittoria diventa il carburante del giorno dopo.
Poi arriva il terzo giorno, o il quarto. L’entusiasmo della partenza si è consumato e al suo posto compaiono le vesciche, i polpacci duri come legno, le spalle segnate dalle cinghie. La salita del pomeriggio sembra non finire mai. È il momento in cui molti si fermano su un muretto, guardano la strada che sale e pensano seriamente di prendere un autobus e tornare a casa.
È qui che il cammino comincia davvero. Perché in quella fatica nuda, senza spettatori, impari a parlarti in un modo nuovo. Qualcuno recita una preghiera al ritmo dei passi. Qualcun altro ripete il nome di una persona amata, per cui ha deciso di partire. C’è chi canta a mezza voce una canzone dell’infanzia e chi si concede soltanto tre parole: ancora un chilometro.
E il chilometro passa. Poi un altro. La salita finisce, come finiscono tutte le salite, e dall’alto il paesaggio si apre in un abbraccio. Quella sera, a cena, si ride delle proprie paure. Il limite si è spostato un po’ più in là, e lo sai perché lo hai sentito nelle gambe.
Superata la crisi, accade qualcosa di inatteso. Il corpo trova il suo ritmo e la mente, finalmente, si scioglie. I pensieri che a casa giravano in tondo cominciano a camminare anche loro. Una decisione rimandata da mesi diventa chiara tra un campo di grano e una fila di pioppi. Un rancore si fa più leggero. Un’idea nuova arriva senza bussare.
Le ore di strada diventano un tempo prezioso, un dialogo lungo con se stessi che nella vita di tutti i giorni non trova mai spazio. C’è chi parte con una domanda precisa sul lavoro, su un amore, sul proprio futuro, e scopre che la risposta matura lentamente, un passo dopo l’altro, come la frutta al sole.
Ed è anche per questo che la mattina dopo ci si rialza volentieri. Ogni tappa porta qualcosa da custodire, e la curiosità di scoprire cosa porterà la prossima diventa una ragione in più per partire.
A metà strada il cammino rivela il suo secondo motore: le persone. La ragazza coreana incontrata a colazione, che ti offre metà della sua mela. L’ospitalera che cura una vescica con la pazienza di una madre. Il pensionato olandese che rallenta per aspettarti in salita e poi, in cima, ti racconta perché cammina da solo dopo quarant’anni di matrimonio.
Sul cammino nessuno ti chiede che lavoro fai. Tutti ti chiedono come stanno i tuoi piedi. Si condividono cerotti, silenzi, tavolate rumorose dove si parlano cinque lingue e ci si capisce benissimo. Si piange davanti a sconosciuti che domani saranno già lontani, e non ci si vergogna. La fatica, divisa in tanti, pesa meno, e ogni arrivo diventa una festa collettiva.
Poi c’è la meraviglia, che ti coglie quando meno te l’aspetti. L’alba che incendia le mesetas di rosso e d’oro. Il silenzio fresco di una chiesa romanica nel primo pomeriggio, con una candela accesa da chissà chi. La nebbia che si apre di colpo sul Cebreiro e ti mostra la Galizia intera, verde e infinita. In quei momenti ti senti piccolo e immenso nello stesso istante, parte di una storia che ha mille anni e che adesso passa anche per i tuoi piedi. Credenti e non credenti lo raccontano con parole diverse, ma descrivono lo stesso brivido. Ed è proprio quel brivido a rendere possibile la tappa successiva.
Plaza del Obradoiro, mezzogiorno. Gli zaini cadono a terra, qualcuno si sdraia sulle pietre con le braccia aperte, altri si abbracciano senza dire niente. Ci sono lacrime di persone che fino a un mese prima non si conoscevano e che adesso si salutano come fratelli. La cattedrale è lì, enorme, e sembra guardarti
Poi, nei giorni del ritorno, arriva una strana malinconia. La meta è raggiunta e la spinta che ti ha portato fin lì sembra svanire. Ti manca la freccia gialla, ti manca la sveglia all’alba, ti manca perfino la fatica.
Ma il cammino ti ha lasciato in eredità un modo nuovo di vivere. Puoi guardare le tue giornate come tappe, con traguardi vicini da raggiungere uno alla volta. Puoi portare con te la frase che ti ha salvato in salita. Puoi cercare ogni tanto una strada da percorrere a piedi, senza fretta, per lasciare respirare i pensieri. Puoi circondarti di persone con cui dividere il peso e allenare gli occhi alla meraviglia anche sotto casa.
Chi è arrivato a Santiago porta con sé una certezza scritta nei muscoli e nel cuore: ogni salita ha una fine, e il passo successivo è sempre possibile. Basta allacciare gli scarponi, aprire la porta e uscire nel mattino.
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