Skip to content Skip to sidebar Skip to footer

Viaggio dentro la queimada, l’incantesimo più famoso della Galizia

Ingredienti della famosa queimada galiziana Fran Rodriguez Fotografia - Shutterstock
Ingredienti della famosa queimada galiziana Fran Rodriguez Fotografia - Shutterstock

La prima cosa che colpisce è il suo colore. Una fiamma azzurra, quasi elettrica, che danza sulla superficie di un liquido scuro dentro una ciotola di terracotta. Qualcuno spegne le luci della taverna. Il mestolo si alza, il fuoco cola come acqua viva, e per un istante la stanza smette di respirare. Poi una voce, grave, un po’ teatrale, comincia a elencare gufi, rospi, streghe e spiriti delle nebbie. Tutti sorridono, nessuno ride davvero. È la queimada, e chi la vede per la prima volta giurerebbe di assistere a un rito celtico sopravvissuto ai secoli.

La verità è più interessante.

Un impiegato di banca, una nave sequestrata, un mito

Il testo che oggi si recita in ogni angolo della Galizia, dal Cammino di Santiago ai ristoranti per turisti di Vigo, ha un autore, un luogo e una data. Lo scrisse a Vigo nel 1967 un impiegato del Banco Pastor, Mariano Marcos Abalo, morto nel 2022 contento di aver dato vita a un mito.

La scena della nascita sembra uscita da un romanzo di Álvaro Cunqueiro: Marcos Abalo e i suoi amici si ritrovavano a bordo di una vecchia nave sequestrata, affidata al capo macchinista, dove di tanto in tanto organizzavano queimadas e feste da ballo.

Il conxuro, l’incantesimo, crebbe con gli anni. Nel 1974 l’autore aggiunse i riferimenti a Satana e Belzebù e iniziò a recitarlo in scena nella discoteca Fausto di Vigo. Poi accadde qualcosa che ogni studioso di comunicazione dovrebbe studiare. Una tipografia locale cominciò a vendere copie del testo, prima senza autorizzazione e poi pagandogli una peseta a esemplare. Altre aziende la imitarono senza citarne il nome, e proprio questo contribuì a far credere che l’autore fosse anonimo. Il nome dell’autore sparì, e il suo posto fu sostituito dalla parola più potente del marketing culturale: tradizione. Solo nel 2001 Marcos Abalo registrò la proprietà intellettuale del conxuro.

Il suo commento, riportato dalla stampa galiziana, è il più bel manifesto di retranca, l’ironia sottile tipica della Galizia: per lui era un orgoglio che il testo girasse il mondo anche senza fargli guadagnare un euro.

L’invenzione della tradizione, versione atlantica

Nel 1983 lo storico Eric Hobsbawm, con Terence Ranger, pubblicò The Invention of Tradition (Cambridge University Press), dimostrando che molti riti percepiti come ancestrali, dai kilt scozzesi alle cerimonie della monarchia britannica, erano creazioni ottocentesche nate per rispondere a un bisogno di identità. La queimada è un caso da studiare sui banchi di scuola, con una particolarità: la sua invenzione è avvenuta sotto gli occhi di tutti, in piena epoca del turismo di massa, e ha funzionato lo stesso.

Perché? La risposta sta nel terreno su cui il seme è caduto. La Galizia era già un paese abitato nell’immaginario dalle meigas, le streghe benevole e malevole del folklore, e dalla Santa Compaña, la processione notturna delle anime che vaga per i sentieri. Il conxuro ha raccolto questo immaginario diffuso e gli ha dato una forma recitabile, ritmica, collettiva. Le varianti che circolano oggi evocano tutte la Santa Compaña, le meigas, Satana e Belzebù come presenze da tenere lontane dai presenti e dalle anime di parenti e amici grazie al potere purificatore delle fiamme.

La bevanda, più antica del suo incantesimo

Se l’incantesimo ha una data di nascita recente, la bevanda affonda le radici più in profondità. La base è l’aguardiente, l’acquavite di vinaccia galiziana, lavorata con zucchero, scorze di limone e chicchi di caffè, talvolta mele o uvetta. L’origine celtica, però, resta una suggestione. La distillazione dell’acquavite in Galizia non precede l’arrivo dell’alambicco, collocato tra XII e XIII secolo, e l’origine più probabile della bevanda è quindi medievale. I Celti conoscevano la birra e l’idromele; l’alambicco arrivò molto dopo, attraverso la chimica araba e i monasteri.

Poi c’è il contenitore, che del rito è l’altare. La ciotola tradizionale è di terracotta, e il pensiero corre a Buño, nella Costa da Morte, dove l’attività dei vasai è documentata dal XVI secolo nell’archivio parrocchiale. Ancora oggi le botteghe del paese elencano le ciotole da queimada tra i loro pezzi simbolo. Materia, fuoco, parola: gli elementi di ogni rito del mondo, dal fuoco vedico all’incensiere della Veglia pasquale.

Galician queimada clay pot
Pignatta in terracotta per la queimada galiziana

C’è anche una ragione chimica dietro lo spettacolo. La fiamma consuma una parte dell’alcol e caramellizza lo zucchero; più a lungo arde, più la bevanda si addolcisce e si alleggerisce. Il rito, insomma, ha una funzione pratica: il tempo dell’incantesimo è il tempo di cottura. Chi recita troppo in fretta beve più forte. Chi recita con calma, beve meglio.

Dal Cammino alla tavola: il rito come esperienza

Per il pellegrino che arriva a Santiago dopo settimane di cammino, la queimada ha un sapore preciso: quello della soglia. Si beve per chiudere una giornata, un’amicizia nata sul Cammino, un viaggio intero. Oggi fa parte del DNA culturale galiziano: si prepara nei magostos autunnali, nella notte di San Juan, nelle feste di famiglia, nei ristoranti per turisti e in ritrovi sparsi per il mondo.

Qui il turismo culturale incontra una domanda scomoda. Un rito inventato è meno autentico? L’esperienza galiziana suggerisce il contrario. L’autenticità abita nella partecipazione, nella capacità di un gesto di generare appartenenza, più che nell’anzianità di un testo.

L’ultima fiamma

Torniamo alla taverna. La voce tace, il mestolo si posa, qualcuno copre la ciotola e la fiamma azzurra si spegne con un soffio. Le luci si riaccendono, i bicchierini di terracotta passano di mano in mano. Il liquido è caldo, dolce, amaro di caffè, profumato di limone. Il vicino di tavolo, uno sconosciuto fino a mezz’ora prima, alza il bicchiere.

Marcos Abalo scrisse il suo incantesimo per allontanare le streghe. Forse, senza saperlo, ne aveva scritto uno per avvicinare le persone. E resta aperta una domanda che vale per ogni tradizione del mondo: quante delle cose che chiamiamo antiche sono semplicemente storie che abbiamo deciso, insieme, di continuare a raccontare?

 

ℹ️

Informativa sulla trasparenza dell'intelligenza artificiale

PilgriMaps utilizza strumenti di intelligenza artificiale per supportare la ricerca, la redazione e la traduzione dei contenuti editoriali. Tutti i contenuti elaborati con il supporto dell'IA vengono revisionati, modificati e verificati dal nostro team editoriale prima della pubblicazione. Le informazioni vengono confrontate con fonti primarie, letteratura specializzata e conoscenza diretta del territorio, al fine di garantire accuratezza, sensibilità culturale e integrità editoriale.

L'IA è uno strumento tra i molti che utilizziamo nel nostro processo di lavoro. Il giudizio, la selezione e la responsabilità di tutto ciò che viene pubblicato su questa piattaforma rimangono interamente umani.

Viator Media S.L. — in conformità con il Regolamento dell'Unione Europea sull'Intelligenza Artificiale (Regolamento UE 2024/1689).

Questo post è disponibile anche in: English Español

Lascia un commento