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La Porta della Profezie a Wadi el Natrun kerolos_ayman - Shutterstock

L’enigma di Wadi el-Natrun: la Porta delle Profezie

Il pellegrino si toglie le scarpe, si lascia alle spalle la luce accecante del deserto ed entra nella chiesa della Vergine, nel monastero di Deir al-Surian. Siamo a Wadi el-Natrun, in Egitto, l’antica Scete dei primi monaci cristiani. Gli occhi hanno bisogno di qualche istante per abituarsi alla penombra della chiesa, nella quale emergono antichi affreschi e icone.

In fondo alla chiesa, nella sua parte più sacra, una grande struttura di legno segna un confine. Al centro, sei strette ante articolate formano una porta ricoperta di figure, croci, cerchi e strane geometrie.

Fa parte dell’iconostasi, la barriera che nelle chiese cristiane orientali separa lo spazio in cui si riunisce la comunità dal santuario in cui si trova l’altare. Non è semplicemente un elemento decorativo. Segna un confine rituale tra due spazi e regola l’accesso e, in determinati momenti, anche la vista del santuario. A Deir al-Surian, più di mille anni fa, questo confine assunse una forma straordinaria: una monumentale porta di legno intarsiata d’avorio, alta circa 2,80 metri, conosciuta oggi come Porta delle Profezie.

Un abuna, un monaco copto, si ferma davanti alla porta. Ciò che sta per raccontare trasforma immediatamente quelle geometrie in una narrazione.

 

Secondo la tradizione conservata dal monastero, la porta rappresenterebbe nientemeno che la storia del cristianesimo: la sua nascita, i momenti di splendore, le minacce affrontate, le divisioni e, infine, ciò che deve ancora accadere. Per comprenderla bisogna leggerla dall’alto verso il basso.

Una storia nascosta tra le croci

La composizione è formata da sei colonne e sette file, suddivise in pannelli. La prima fila è diversa da tutte le altre. Qui non troviamo soltanto geometrie, ma anche figure.

Seconda fila: Il tempo degli Apostoli

Al centro si trovano Maria e Cristo Emmanuel. Ai lati sono disposte figure legate a due dei grandi centri del cristianesimo orientale: Dioscoro e Marco rimandano ad Alessandria; Ignazio e Severo ad Antiochia. La scelta non sembra casuale. La stessa disposizione delle figure parla dei due mondi che per secoli si incontrarono in questo monastero egiziano: quello copto e quello siriaco.

L’abuna lo spiega in modo semplice: sono due Chiese sorelle, unite dalla stessa fede.

Da questo punto in poi le figure scompaiono e cominciano gli enigmi. Nella seconda fila, grandi croci intrecciate evocano, secondo l’interpretazione tradizionale, il cristianesimo delle origini: una Chiesa ancora unita e una fede vigorosa.

Nella terza compaiono sei nuove combinazioni di croci e cerchi, messe in relazione, nel racconto tradizionale, con la diffusione del cristianesimo nelle sei grandi sedi episcopali del mondo antico e con il cambiamento iniziato al tempo dell’imperatore Costantino, quando le persecuzioni lasciarono spazio alla tolleranza religiosa e, successivamente, alla cristianizzazione dell’Impero.

Terza fila: Il cristianesimo all’era antica

Nella quarta fila le forme cambiano nuovamente: una bella croce circondata da quelle che sembrano lune crescenti. Secondo la tradizione oggi trasmessa davanti alla porta, rappresenterebbero l’arrivo dell’Islam in Egitto nel VII secolo e l’inizio di una nuova fase storica, nella quale musulmani e cristiani avrebbero condiviso lo stesso Paese.

Nel quinto pannello compare uno dei motivi che maggiormente sorprendono il visitatore moderno: svastiche. No, non hanno nulla a che vedere con la Germania nazista. Questo motivo geometrico ha una storia millenaria e compare in numerose culture pagane orientali. Ciò che è davvero singolare è trovarlo qui, integrato in una decorazione cristiana del X secolo. Nell’interpretazione tradizionale del monastero, queste forme di croce deformata evocano le eresie, le deviazioni dottrinali e le forze che minacciano la Chiesa.

Quarta fila: l’arrivo dell’Islam

Il sesto pannello mostra una composizione caotica, priva di una forma riconoscibile. Le croci si moltiplicano e perdono la chiarezza delle composizioni precedenti. L’abuna vi vede le successive divisioni del cristianesimo, la comparsa di diverse Chiese e denominazioni e l’indebolimento dell’unità originaria.

Nel settimo e ultimo pannello appare invece una croce luminosa. La tradizione la mette in relazione con le parole del Vangelo di Matteo sul segno del Figlio dell’Uomo che apparirà nel cielo. Sarebbe l’ultima scena: il ritorno di Cristo, il giudizio e la fine della storia.

Da qui deriva il nome con cui oggi è conosciuta la porta.

Una profezia scritta mille anni fa?

Se quei disegni furono realizzati nel X secolo, i loro autori intendevano davvero rappresentare avvenimenti che si sarebbero verificati molti secoli dopo? È qui che la storia diventa ancora più interessante. La porta è autenticamente medievale. La sua antichità non è seriamente messa in dubbio. Ma l’interpretazione profetica è molto più difficile da documentare.

Finora non è stata individuata alcuna iscrizione del X secolo, né un manoscritto medievale o un antico commento liturgico che interpreti i sette registri come sette epoche della storia cristiana. Non sappiamo neppure quando abbia cominciato a essere chiamata «Porta delle Profezie». Questo nome è oggi pienamente vivo ed è utilizzato dalla stessa Chiesa copta, ma la denominazione attuale non dimostra che questa fosse l’intenzione degli artigiani che la realizzarono mille anni fa.

Quinta fila: il tempo delle eresie
Sesta fila: il tempo della confusione

Da qui l’importanza di valutare il peso della tradizione orale: ci troviamo di fronte a un ulteriore strato della storia dell’oggetto, una tradizione interpretativa trasmessa e sviluppatasi in un momento che ancora non siamo riusciti a identificare.

Per avvicinarci a ciò che sappiamo realmente sulle sue origini dobbiamo tornare all’anno 914.

Un monastero connesso con il mondo

Wadi el-Natrun può suggerire un’idea di isolamento. Deserto, silenzio, comunità monastiche lontane dalle città. Eppure il monastero di Deir al-Surian rivela una realtà molto più cosmopolita.

Intorno al X secolo vi convivevano tradizioni copte e siriache. Circolavano manoscritti e venivano utilizzate lingue diverse. L’Egitto era collegato alla Siria e alla Mesopotamia e le influenze artistiche raggiungevano persino ambienti legati all’Iraq abbaside.

In questo mondo visse Mosè di Nisibi, abate del monastero durante la prima metà del X secolo e figura decisiva per la sua trasformazione culturale. Sotto la sua direzione furono realizzati importanti lavori e venne arricchita una biblioteca destinata a diventare uno dei grandi tesori di Deir al-Surian.

Settima fila: la croce brillante

Un’iscrizione siriaca associata a questi lavori fornisce un dato straordinariamente preciso: una data, 15 maggio 914. È questa iscrizione a costituire la principale base per la datazione delle porte del santuario.

Legni che avevano viaggiato per migliaia di chilometri

La stessa materia della porta racconta un’altra storia. Ognuna delle sei ante verticali misura circa 2,80 metri per 47 centimetri ed è suddivisa in sette campi: 42 pannelli in totale.

Durante gli studi e i lavori di conservazione si è scoperto che alcune descrizioni tradizionali dovevano essere riviste. I pannelli, spesso descritti come realizzati in ebano, sono stati identificati come padouk, un legno del genere Pterocarpus. Per la struttura principale furono utilizzati cedro o cipresso, mentre la decorazione comprendeva intarsi d’avorio, molti dei quali sono andati perduti.

Questi materiali trasformano l’iconostasi in una sorta di mappa. I legni non erano locali. E neppure l’avorio. La loro presenza racconta l’esistenza di rotte commerciali e culturali che collegavano il monastero egiziano con territori molto lontani.

Non sappiamo neppure con certezza dove sia stata realizzata la porta. Alcuni indizi suggeriscono che possa essere stata prodotta fuori dal monastero e successivamente assemblata sul posto: la struttura non si adattava perfettamente all’apertura e fu necessario colmare lateralmente lo spazio; inoltre, durante i lavori di conservazione sono emersi segni di falegnameria che sembrano collegati alle operazioni di montaggio.

Esistono persino piccoli errori rivelatori. Le iscrizioni combinano siriaco, copto e greco, e una lettera copta fu collocata capovolta, come se chi la installò non conoscesse bene quell’alfabeto. Tutto questo permette di immaginare una bottega multiculturale, oppure un laboratorio situato fuori da Deir al-Surian, forse collegato alla vasta rete di contatti orientali del monastero. Ma non consente di identificare con certezza né una città né un gruppo specifico di artigiani.

Ed è proprio qui che risiede gran parte del suo fascino.

Due porte in una

Più di mille anni dopo, il pellegrino è ancora lì, davanti all’iconostasi. Le figure continuano a occupare la prima fila. Sotto di esse rimangono le croci, i cerchi, le geometrie e quei simboli il cui significato originario potrebbe essere andato perduto. L’abuna conclude la sua spiegazione davanti all’ultima croce.

Ora possiamo contemplare la porta in due modi.

Esiste la porta storica: quella che possiamo datare al 914, legata a Mosè di Nisibi e nata in una comunità nella quale si incontravano le culture copta e siriaca. Un’opera costruita con legni provenienti da terre lontane, arricchita con avorio e concepita per segnare la soglia del santuario.

Ed esiste la porta narrata: quella che le generazioni successive hanno contemplato come rappresentazione dell’intera storia del cristianesimo, dagli apostoli fino alla fine dei tempi.

Questo aggiunge un ultimo paradosso alla Porta delle Profezie. Un’iconostasi è concepita per segnare il confine tra ciò che è visibile e ciò che rimane nascosto. E dopo più di mille anni, questa porta continua a fare esattamente questo. Possiamo vedere le sue immagini, ma ciò che rimane dietro di esse è il suo mistero.

Questo contenuto arriva a te in collaborazione con Egyptian Tourism Authority

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