Skip to content Skip to sidebar Skip to footer
Un cimitero di notte con candele accese nel giorno di Ognissanti. Dmytro Ihoshyn - Shutterstock

I cammini dei morti: in pellegrinaggio tra memoria e ricerca dell’aldilà

Secondo un’antica tradizione funeraria dell’isola giapponese di Shikoku, quando moriva una persona i familiari si recavano al cimitero e compivano un gesto singolare: si chinavano come per caricarsi qualcuno sulle spalle. Poi si incamminavano lungo un sentiero di montagna, portando simbolicamente con sé lo spirito del defunto. Una volta giunti a destinazione, celebravano i riti di commiato e tornavano a casa. Secondo alcune varianti di questa usanza, dovevano farlo senza voltarsi, per evitare che il morto li seguisse sulla via del ritorno.

La montagna si chiamava Iyadani e fin dall’antichità era considerata un luogo verso cui si dirigevano gli spiriti dei defunti. Accompagnarli fin lassù era un ultimo dovere familiare, un modo per aiutarli a trovare il proprio posto nel mondo degli antenati.

Questa usanza, documentata dagli studiosi del folclore giapponese, si inserisce in una tradizione religiosa molto più ampia, nella quale la morte non segna sempre la fine del cammino. In numerose culture, i vivi hanno creato percorsi, cerimonie e pellegrinaggi per accompagnare i propri defunti, pregare per loro, agevolarne il passaggio verso l’aldilà o mantenerne viva la memoria.

In Francia, migliaia di persone raggiungono un santuario per pregare per le anime di chi è morto, anche di chi non ha più nessuno che lo ricordi. In Messico, le famiglie preparano sentieri di fiori per accogliere gli antenati che, secondo le loro credenze, tornano una volta all’anno. In India, alcune persone lasciano la propria casa per trascorrere gli ultimi giorni di vita in una città sacra, convinte che morire in quel luogo possa avvicinarle alla liberazione spirituale.

Sono tradizioni molto diverse, nate da concezioni religiose che non sempre hanno punti in comune. Tutte, però, attribuiscono uno specifico significato allo spostamento fisico: il cammino permette di esprimere un rapporto con la morte che non si esaurisce necessariamente davanti a una tomba.

Montligeon: in pellegrinaggio per i morti dimenticati

Nel 1884, il sacerdote francese Paul-Joseph Buguet, parroco di un piccolo centro della Normandia, avviò un’iniziativa nata da una domanda precisa: chi pregava per le persone morte che non avevano più familiari o amici a ricordarle?

Buguet era convinto che pregare per i defunti fosse una responsabilità da estendere oltre i legami familiari. Fondò un’associazione dedicata soprattutto alle anime del purgatorio che riteneva più abbandonate e cominciò a riunire persone disposte a pregare per loro.

L’iniziativa crebbe fino a dare origine al Santuario di Nostra Signora di Montligeon, la cui monumentale basilica si innalza oggi nel paesaggio rurale del Perche.

 

Interiors and decoration of the Basilica of Our Lady of Montligeon
Interni e decorazioni della Basilica di Nostra Signora di Montligeon. Isogood_patrick / Shutterstock.com

Il suo significato è profondamente legato alla dottrina cattolica della comunione dei santi, secondo la quale la morte non spezza del tutto l’unione spirituale tra i membri della Chiesa. I vivi possono intercedere per i defunti attraverso la preghiera, in particolare per coloro che, secondo la dottrina cattolica, hanno bisogno di purificazione prima di raggiungere la piena comunione con Dio.

Ogni novembre, in concomitanza con la solennità di Ognissanti e la Commemorazione dei fedeli defunti, il santuario organizza i cosiddetti Pellegrinaggi del Cielo. Famiglie e gruppi di pellegrini partecipano a messe, preghiere e incontri dedicati alla speranza cristiana di fronte alla morte. Molti arrivano dopo aver perso una persona cara e trovano qui uno spazio in cui condividere ed esprimere il proprio lutto.

Montligeon conserva però anche l’intuizione originaria di Buguet. Si può andare in pellegrinaggio per pregare per qualcuno morto secoli fa, per una persona sconosciuta o per chi non ha più una tomba da visitare.

È una particolarità che distingue questo santuario da altri luoghi di pellegrinaggio legati alle sepolture di santi e figure venerate. A Montligeon non occorre conoscere il luogo in cui riposano le spoglie del defunto: a dare senso al viaggio è l’intercessione.

Messico: i sentieri lungo i quali tornano gli antenati

In molte comunità messicane, il rapporto tra i cammini e i morti assume un significato quasi speculare. Durante le celebrazioni tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, sono i vivi a preparare il percorso perché i defunti possano tornare nelle case in cui abitavano.

I petali di cempasúchil, un fiore dal colore arancione intenso, tracciano simbolicamente il cammino. Le candele illuminano le offerte, mentre cibi, bevande e oggetti personali ricordano i gusti di chi non c’è più. Le famiglie si riuniscono per accogliere i propri antenati, nella convinzione, radicata nelle rispettive tradizioni, che in quei giorni sia possibile un incontro tra i due mondi.

Il Día de Muertos riunisce elementi delle visioni del mondo indigene e delle celebrazioni cattoliche di Ognissanti e della Commemorazione dei defunti. Non è però una tradizione uniforme. Ogni regione conserva pratiche proprie, alcune delle quali hanno acquisito una straordinaria visibilità internazionale.

 

Four Destinations to Experience the Day of the Dead in Mexico

Nelle comunità purépecha del Michoacán, soprattutto nella regione del lago di Pátzcuaro, la Noche de Ánimas riunisce le famiglie nei cimiteri. Le tombe vengono decorate con fiori e candele, mentre i familiari partecipano alle veglie e accompagnano simbolicamente i propri defunti.

L’isola di Janitzio è diventata una delle immagini più note di questa celebrazione, anche se altre località della regione custodiscono tradizioni altrettanto significative.

Nella Huasteca, una vasta regione culturale del Messico orientale, si celebra lo Xantolo. Durante queste feste, gli abitanti preparano altari, condividono il cibo e partecipano a danze tradizionali. In alcune comunità, i danzatori mascherati rappresentano gli antenati che tornano a far visita ai vivi. La memoria dei morti si esprime così attraverso la musica, i cortei lungo le strade e la partecipazione collettiva.

A San Andrés Mixquic, a sud-est di Città del Messico, la celebrazione culmina con l’Alumbrada del 2 novembre. Le famiglie accendono candele accanto alle tombe, illuminando il cimitero nel momento in cui salutano le anime che devono rimettersi in cammino.

Nel 2003, l’UNESCO ha riconosciuto le festività indigene dedicate ai morti come patrimonio culturale immateriale, sottolineandone l’importanza per l’identità e la continuità delle comunità. In tutte queste tradizioni, gli spostamenti delle famiglie verso i cimiteri si intrecciano con un’idea profondamente radicata: per alcuni giorni, i morti possono tornare a occupare simbolicamente il proprio posto tra i vivi.

Varanasi: quando il pellegrino che non prevede di tornare

Sulle rive del Gange, nell’India settentrionale, Varanasi attira da secoli pellegrini che desiderano avvicinarsi al sacro. Conosciuta anche come Benares o Kashi, la città occupa un posto centrale nell’induismo per il suo legame con il dio Shiva e per le credenze che associano la morte in questo luogo alla possibilità di raggiungere la liberazione spirituale.

Per comprenderne il significato occorre avvicinarsi a uno dei concetti fondamentali di molte tradizioni induiste: il samsara, il ciclo di nascita, morte e rinascita a cui sono soggetti gli esseri viventi. La liberazione da questo ciclo prende il nome di moksha e costituisce una delle grandi aspirazioni spirituali dell’induismo.

Diverse tradizioni religiose ritengono che morire a Kashi possa favorire questa liberazione, grazie alla particolare sacralità della città e all’intervento di Shiva. Questo non significa che tutte le scuole induiste interpretino allo stesso modo il destino dell’anima, né che la cremazione a Varanasi garantisca automaticamente la moksha.

 

Ganga Aarti rituals on the riverbank in Varanasi.
Rituali Ganga Aarti sulla riva del fiume a Varanasi.

L’aspetto singolare è che questa credenza ha dato origine a una forma di pellegrinaggio nella quale il viaggiatore può non avere intenzione di tornare.
Alcune persone, soprattutto anziani che sentono avvicinarsi la morte, si trasferiscono a Varanasi per trascorrervi gli ultimi giorni. Esistono istituzioni religiose e residenze che accolgono chi desidera morire nella città sacra. Per loro, lo spostamento è una preparazione spirituale alla fine della vita.

Altri pellegrini arrivano dopo la morte di un familiare, accompagnandone il corpo per celebrare i riti funebri o portandone le ceneri al Gange. Nei ghat di Manikarnika e Harishchandra si svolgono le cremazioni tradizionali. I familiari partecipano a cerimonie con cui adempiono ai doveri religiosi verso il defunto, mentre le acque del fiume occupano un posto centrale nei riti di purificazione e di commiato.

Varanasi rivela così una dimensione particolare del pellegrinaggio funerario. Il cammino non conduce soltanto verso il ricordo di chi è morto, ma anche verso la propria morte, intesa come un evento al quale ci si può preparare attraverso un ultimo viaggio.

Giappone: accompagnare i morti fino alla montagna

La tradizione giapponese con cui si è aperto questo racconto è legata al monte Iyadani, nella prefettura di Kagawa, sull’isola di Shikoku. Qui si trova Iyadani-ji, il tempio numero 71 del celebre pellegrinaggio buddhista degli 88 templi, associato alla figura di Kūkai, noto come Kōbō Daishi, uno dei grandi maestri del buddhismo giapponese.

Fin dall’antichità, la montagna era legata a credenze locali sul destino degli spiriti. La tradizione conosciuta come Iyadani-mairi consisteva nell’accompagnare simbolicamente il defunto in quel luogo, attraverso un percorso che i familiari potevano compiere dopo la sepoltura.

Gli studi etnografici giapponesi documentano diverse varianti di questo rito, che comprendevano gesti come mimare il trasporto dello spirito sulle spalle, portare oggetti legati al defunto e celebrare cerimonie di commiato nel santuario.

 

The temple on Iyadani Mountain is part of the Shikoku Henro
Il tempio sul monte Iyadani fa parte dello Shikoku Henro

In alcune località esisteva anche l’usanza di tornare senza voltarsi, un gesto che esprimeva la necessità di lasciare il defunto nella sua nuova dimora. La pratica si intrecciò con altri percorsi religiosi della regione, in particolare con il Nanakashomairi, un circuito di sette templi che comincia a Iyadani-ji e termina a Dōryū-ji, il tempio numero 77 di Shikoku.

Sebbene questo pellegrinaggio sia ancora oggi riconoscibile e percorribile, non va confuso con un itinerario esclusivamente funerario. La sua storia riunisce diverse devozioni buddhiste, pratiche volte ad acquisire meriti spirituali e tradizioni locali legate agli antenati.

L’antica usanza di accompagnare gli spiriti fino a Iyadani illustra, in ogni caso, una concezione precisa del legame tra il cammino e la morte: i familiari compiono un ultimo spostamento per aiutare simbolicamente il defunto a raggiungere la propria destinazione.

Camminare per dare forma all’assenza

Le quattro tradizioni si fondano su concezioni religiose profondamente diverse. La speranza cristiana nella risurrezione, le credenze indigene messicane sul ritorno degli antenati, la ricerca induista della liberazione dal samsara e le tradizioni funerarie giapponesi non possono essere ricondotte a un’unica spiegazione della vita dopo la morte.

Né tutti questi spostamenti sono pellegrinaggi in senso stretto. Alcuni sono riti funerari, visite familiari ai cimiteri o percorsi cerimoniali. Condividono però una caratteristica significativa: il rapporto con i morti trova un’espressione concreta nei luoghi e nel movimento.

Camminare verso un santuario, preparare un sentiero di fiori, raggiungere un fiume sacro o salire su una montagna permette di dare forma visibile a credenze che, altrimenti, resterebbero confinate alla dimensione spirituale.

Gli studi antropologici hanno mostrato come i riti funerari aiutino le comunità ad affrontare le trasformazioni provocate dalla morte. Non riguardano soltanto il destino del defunto, ma anche chi resta e deve riorganizzare la propria esistenza intorno a un’assenza.

In questo senso, lo spostamento può rappresentare una transizione. Il pellegrino lascia il proprio ambiente abituale, compie i gesti prescritti dalla sua tradizione e, in molti casi, torna dopo aver portato a termine un commiato.

L’antica usanza giapponese di Iyadani lo esprime con particolare forza. Il familiare che aveva accompagnato simbolicamente il morto fino alla montagna doveva tornare a casa senza voltarsi. Era giunto il momento di separarsi: uno rimaneva tra i vivi, l’altro aveva trovato il proprio posto tra gli antenati.

In Francia, Messico, India e Giappone, i cammini dei morti riflettono modi diversi di comprendere questa separazione. Alcuni cercano di mantenere la comunione spirituale, altri rendono possibile il ritorno rituale degli antenati, altri ancora accompagnano il passaggio verso una destinazione definitiva.

Tutti mostrano quanto le società abbiano sentito il bisogno di accompagnare la morte attraverso gesti, luoghi e percorsi. Perché, in molte culture, anche l’ultimo saluto richiede di mettersi in cammino.

 

ℹ️

Informativa sulla trasparenza dell'intelligenza artificiale

PilgriMaps utilizza strumenti di intelligenza artificiale per supportare la ricerca, la redazione e la traduzione dei contenuti editoriali. Tutti i contenuti elaborati con il supporto dell'IA vengono revisionati, modificati e verificati dal nostro team editoriale prima della pubblicazione. Le informazioni vengono confrontate con fonti primarie, letteratura specializzata e conoscenza diretta del territorio, al fine di garantire accuratezza, sensibilità culturale e integrità editoriale.

L'IA è uno strumento tra i molti che utilizziamo nel nostro processo di lavoro. Il giudizio, la selezione e la responsabilità di tutto ciò che viene pubblicato su questa piattaforma rimangono interamente umani.

Viator Media S.L. — in conformità con il Regolamento dell'Unione Europea sull'Intelligenza Artificiale (Regolamento UE 2024/1689).

Questo post è disponibile anche in: English Español

Lascia un commento