Bilbo Baggins non aveva la minima intenzione di partire per un’avventura. Viveva comodamente nella sua casa hobbit, disponeva di una dispensa sempre ben fornita e considerava le avventure spiacevoli imprevisti capaci di sconvolgere gli orari dei pasti. Eppure, una mattina, uno stregone di nome Gandalf si presentò alla sua porta, dando inizio a una storia che avrebbe cambiato per sempre il suo modo di guardare il mondo (J.R.R.Tolkien, Lo Hobbit).
La cosa curiosa è che Bilbo non avrebbe trovato il suo tesoro più prezioso nelle profondità della Montagna Solitaria, ma lungo le strade che lo avrebbero condotto fin lì. Perché, nell’immaginario di J. R. R. Tolkien, la strada non è mai soltanto la distanza che separa un luogo dall’altro: è lo spazio in cui una persona scopre chi è e chi potrebbe diventare.
Il primo passo: lasciarsi alle spalle ciò che si conosce
Quando Tolkien pubblicò Lo Hobbit nel 1937, propose ai lettori una storia che sembrava seguire uno schema piuttosto semplice: un protagonista lascia la propria casa, attraversa territori sconosciuti, supera una serie di difficoltà e infine ritorna. Lo stesso sottotitolo originale, There and Back Again, «Andata e ritorno», annuncia la natura circolare del viaggio.
Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde un’intuizione profonda: nessun viaggio davvero importante ci permette di tornare esattamente come eravamo prima di partire.
All’inizio della storia, Bilbo incarna la nostra resistenza ad abbandonare ciò che ci è familiare. La sua casa non è semplicemente un’abitazione confortevole, ma un intero universo fatto di abitudini, sicurezze e piccole certezze. Le avventure sono cose che capitano agli altri, e lui preferisce ascoltarne il racconto dalla tranquillità della propria poltrona.
È proprio per questo che la sua partenza assume un significato così importante. Bilbo non si mette in cammino perché abbia scoperto una grande vocazione eroica; semmai, a spingerlo è una vocina inquieta, quella parte di sé ereditata dai Tuc. Parte quasi precipitosamente, trascinato da avvenimenti che comprende a malapena, senza essere minimamente preparato ai disagi che lo attendono. Eppure, comincia a camminare.
In quella decisione si trova forse il primo insegnamento della sua storia: non sempre è necessario conoscere la destinazione per trovare il coraggio di compiere il primo passo.
Quando la strada smette di essere un racconto
I primi giorni di viaggio mostrano ben presto a Bilbo che attraversare il mondo è molto diverso dall’ascoltare storie davanti al fuoco. Ci sono la pioggia, la fame, la stanchezza, le notti scomode e i pericoli inattesi. Le strade di Tolkien non sono semplici linee tracciate su una mappa, ma percorsi fatti di fango, pietre, salite, oscurità e distanze che sembrano non finire mai.
Questa attenzione alla dimensione fisica del viaggio non è casuale. Nel 1911 Tolkien partecipò a una lunga escursione a piedi attraverso le Alpi svizzere. Molti decenni dopo ricordò quell’esperienza, riconoscendo che aveva ispirato il viaggio di Bilbo da Gran Burrone verso le Montagne Nebbiose e la successiva discesa. Lo scrittore conosceva personalmente il peso di uno zaino, l’incertezza dei sentieri di montagna e la fatica di camminare per giornate intere.
Chiunque abbia affrontato un lungo cammino o un pellegrinaggio riconosce facilmente questa esperienza. All’inizio si immaginano i paesaggi, gli incontri, la soddisfazione di raggiungere la meta. Poi arriva la realtà del corpo, con i piedi doloranti, la sete, le condizioni atmosferiche e la necessità di trovare un riparo.
La strada ci ricorda allora qualcosa che la vita quotidiana ci permette facilmente di dimenticare: siamo vulnerabili e dobbiamo imparare a convivere con i nostri limiti.
Nessuno cammina davvero da solo
Quando Bilbo lascia Casa Baggins insieme a Gandalf e a tredici nani, la loro compagnia sembra rispondere più a una necessità pratica che a un autentico legame di amicizia. Lui stesso si domanda più volte che cosa ci faccia così lontano da casa.
Ma la strada modifica lentamente i rapporti. Condividere pericoli, cibo, decisioni e momenti di incertezza crea legami che difficilmente sarebbero nati in altre circostanze. Il piccolo hobbit, inizialmente considerato quasi un peso per il gruppo, finisce per diventare indispensabile.
Tolkien attribuisce inoltre un’importanza straordinaria alle soste lungo il percorso. Gran Burrone, la casa di Beorn e gli altri luoghi di accoglienza mostrano che viaggiare non significa rimanere continuamente in movimento. Il riposo, una tavola condivisa, una conversazione o il consiglio di qualcuno che conosce il territorio fanno parte del viaggio tanto quanto i sentieri percorsi.
È una delle dimensioni più profondamente umane del cammino. Il viaggiatore ha bisogno di ospitalità, ma deve anche imparare ad accoglierla. Scopre che la propria autonomia ha dei limiti e che, a volte, la possibilità di proseguire dipende dalla generosità di uno sconosciuto.
Perdersi per ritrovare sé stessi
Uno degli episodi più rivelatori de Lo Hobbit si svolge quando Bilbo rimane separato dai suoi compagni nelle profondità delle Montagne Nebbiose. Lontano dalla sicurezza del gruppo, incontra Gollum e deve affidarsi esclusivamente alla propria intelligenza per sopravvivere.
Più avanti, nel Bosco Atro, si troverà nuovamente ad affrontare situazioni in cui nessuno potrà decidere al posto suo. Il suo intervento contro i ragni e l’ingegnosità con cui riesce a liberare i nani mostrano quanto sia cambiato quell’hobbit che, un tempo, temeva soprattutto di saltare un pasto.
Ma Tolkien non identifica la maturità soltanto con il coraggio o con la capacità di risolvere i problemi. Il cambiamento più profondo emerge quando Bilbo sviluppa un proprio giudizio morale.
Durante il conflitto provocato dal tesoro della Montagna Solitaria, decide di consegnare l’Arkengemma per favorire una trattativa ed evitare uno scontro. Sa che quella scelta potrebbe costargli l’amicizia di Thorin, ma ha ormai compreso che la vera grandezza può consistere anche nel rinunciare a ciò che gli altri desiderano possedere. Bilbo rimane Bilbo: piccolo, amante della buona tavola e profondamente legato alla propria casa. A essere cambiato è il suo modo di stare al mondo.
Tornare non significa tornare indietro
Quando Bilbo fa finalmente ritorno a Casa Baggins, si trova davanti a una scena quasi comica: i suoi beni sono stati messi all’asta perché i vicini lo credono morto. Dopo aver attraversato montagne, essere sfuggito a creature pericolose e aver affrontato un drago, deve risolvere un problema decisamente più domestico: recuperare i propri mobili.
Tolkien introduce così una straordinaria ironia. L’eroe torna a casa, ma il mondo quotidiano non lo accoglie come si sarebbe aspettato. Anzi, la sua reputazione di hobbit rispettabile è ormai seriamente compromessa.
Bilbo, tuttavia, non attribuisce più a quei giudizi l’importanza che avevano un tempo. Ha conosciuto altri paesaggi, altri modi di vivere e altri criteri con cui valutare le persone. La sua casa gli è ancora cara, ma non rappresenta più il confine del suo universo.
È una delle grandi scoperte di ogni viaggio capace di trasformarci. Tornare non significa semplicemente percorrere lo stesso itinerario nella direzione opposta. Il luogo da cui siamo partiti può essere rimasto pressoché identico, mentre il nostro modo di guardarlo è cambiato completamente.
La strada che non finisce mai
Molti anni dopo, ne Il Signore degli Anelli, ritroviamo un Bilbo ormai anziano, il cui rapporto con la strada è sorprendentemente diverso. Quello stesso hobbit che considerava le avventure una seccatura sente ora il desiderio di partire ancora una volta.
Durante la festa del suo compleanno lascia la Contea e si mette in viaggio, questa volta per una decisione tutta sua. Non ha più bisogno che Gandalf e una compagnia di nani lo trascinino fuori da Casa Baggins.
Il cambiamento è significativo: Bilbo ha smesso di essere qualcuno che fugge dalle avventure ed è diventato qualcuno che cerca nuovi orizzonti. Ma la sua eredità più importante non consiste soltanto nell’esperienza personale. È anche un modo di intendere la strada che trasmette a Frodo.
Come lo avverte lui stesso, uscire dalla propria porta è una faccenda pericolosa: basta mettere piede sulla strada e non si può mai sapere dove si finirà per essere trascinati.
L’avventura di Frodo sarà diversa da quella di Bilbo. Il suo viaggio verso Mordor avrà un peso molto più doloroso e conseguenze ben più profonde. Eppure, entrambi condividono un’esperienza fondamentale: lasciare la sicurezza della propria casa trasforma per sempre il rapporto con il mondo.
La canzone di Bilbo sulla strada che prosegue senza fine esprime proprio questa continuità. Alcuni sentieri sembrano estendersi oltre qualsiasi destinazione individuale, come se ogni viaggiatore prendesse parte, per un tratto, a una storia molto più grande della propria.
Il vero tesoro del viaggiatore
All’inizio de Lo Hobbit, Bilbo Baggins è convinto che una vita felice consista nel rimanere al riparo dagli imprevisti. Alla fine della sua storia ha compreso che la sicurezza e la pienezza dell’esistenza non coincidono necessariamente.
Ha conosciuto la paura, la fatica, l’amicizia, la perdita e l’incertezza. Ma ha anche scoperto la gioia degli incontri, la soddisfazione di superare le difficoltà e la libertà di guardare il mondo senza dipendere continuamente dal giudizio degli altri.
Tolkien non ci dice che, per trovare una vita più autentica, sia necessario abbandonare definitivamente la propria casa. Ci mostra piuttosto che, dopo aver conosciuto il mondo, possiamo imparare ad amarla in modo diverso.
Informativa sulla trasparenza dell'intelligenza artificiale
PilgriMaps utilizza strumenti di intelligenza artificiale per supportare la ricerca, la redazione e la traduzione dei contenuti editoriali. Tutti i contenuti elaborati con il supporto dell'IA vengono revisionati, modificati e verificati dal nostro team editoriale prima della pubblicazione. Le informazioni vengono confrontate con fonti primarie, letteratura specializzata e conoscenza diretta del territorio, al fine di garantire accuratezza, sensibilità culturale e integrità editoriale.
L'IA è uno strumento tra i molti che utilizziamo nel nostro processo di lavoro. Il giudizio, la selezione e la responsabilità di tutto ciò che viene pubblicato su questa piattaforma rimangono interamente umani.
Viator Media S.L. — in conformità con il Regolamento dell'Unione Europea sull'Intelligenza Artificiale (Regolamento UE 2024/1689).
Questo post è disponibile anche in:

