All’inizio del 2025, alla confluenza tra il Gange, lo Yamuna e un fiume mitico e invisibile, il Sarasvati, si è radunata la più grande folla che la specie umana abbia mai formato. Il Maha Kumbh Mela di Prayagraj, in India, ha richiamato in quarantacinque giorni una stima di seicentosessanta milioni di persone, venute a immergersi nelle acque sacre in un istante astrologico calcolato dai bramini. Per dare la misura: è come se l’intera Europa, più gli Stati Uniti, avesse fatto il bagno nello stesso fiume in poche settimane.
Nello stesso anno, a quasi diecimila chilometri di distanza, 530.987 persone raggiungevano Santiago de Compostela camminando per settimane, sole o quasi, lungo sentieri di campagna. Due eventi entrambi chiamati «pellegrinaggio», eppure totalmente differenti: nella durata, nel ritmo, nel rapporto col corpo, con la folla, col tempo. Il pianeta sta vivendo un autentico ritorno del pellegrinaggio, ma sarebbe un errore da turisti pensare che si vada tutti in pellegrinaggio nello stesso modo. Esistono grammatiche diverse del camminare sacro, e raccontarle è il modo per capire culture intere.
Camminare contro restare
La prima grande divisione è tra il pellegrinaggio come percorso e il pellegrinaggio come destinazione assoluta. Il modello europeo, quello del Cammino di Santiago o della Via Francigena, così come di tanti altri cammini, pone il suo valore nel tragitto: contano i chilometri, la fatica accumulata, la lenta trasformazione lungo la strada. Non a caso si rilascia un certificato, la Compostela, a chi dimostra di aver percorso almeno gli ultimi cento chilometri a piedi. Il sacro, qui, è un verbo: si fa camminando.
Il modello dell’Hajj musulmano funziona su un’altra logica. I circa 1,8 milioni di pellegrini del 2024 vanno alla Mecca per compiere, in un luogo e in giorni precisi, una sequenza rituale codificata da secoli: il tawaf, i sette giri attorno alla Kaaba, la corsa tra le colline di Safa e Marwa, la sosta nella piana di Arafat. Il valore non è nel viaggio di avvicinamento ma nell’esecuzione esatta del rito una volta arrivati.
Il Kumbh Mela indiano è ancora un’altra cosa. Tutto si gioca nel gesto dell’immersione, compiuto da milioni di corpi quasi simultaneamente nel momento giudicato propizio.
C’è perfino una differenza nella direzione del movimento, che racconta cosmologie distinte. I pellegrini musulmani girano attorno alla Kaaba in senso antiorario. I devoti induisti e buddisti compiono la pradakshina o la kora tenendo il sacro alla propria destra, in senso orario. Stessa azione, circondare un centro santo a piedi, e due modi opposti di intendere il rapporto tra l’uomo e ciò che lo supera.
La soglia e la sua smentita
Per decenni l’antropologia ha avuto una teoria elegante per spiegare perché, da culture così diverse, il pellegrinaggio assomigli a sé stesso nei suoi effetti. La formulò Victor Turner negli anni Settanta. Il pellegrino, sosteneva, entra in uno stato liminale, di soglia: lascia il proprio ruolo sociale, i propri abiti, le proprie gerarchie, e per la durata del viaggio diventa uguale agli altri. Da questa nudità condivisa nasce la communitas, un legame orizzontale, intenso e provvisorio, tra estranei che la vita normale terrebbe separati. Chiunque abbia dormito in un ostello del Cammino, o visto le foto di milioni di indiani che si lavano fianco a fianco senza distinzione di casta apparente, riconosce quella sensazione.
La teoria, però, è stata corretta proprio dagli antropologi successivi. Studiando i grandi santuari, John Eade e Michael Sallnow hanno mostrato che il pellegrinaggio è anche, e spesso soprattutto, un’arena di significati in conflitto: il fedele e il prete vogliono cose diverse, il turista e il devoto convivono a fatica, lo Stato e la Chiesa si contendono il senso del luogo (Contesting the Sacred, 1991). Non solo fratellanza, dunque, ma anche tensione e negoziazione. La cosa interessante è che entrambe le verità reggono insieme: il pellegrinaggio unisce e divide nello stesso momento, ed è forse questa ambiguità a renderlo così vivo.
Il pellegrino che non crede più (e cammina lo stesso)
Il dato più nuovo, e più rivelatore della nostra epoca, è chi sono i pellegrini di oggi. In Giappone, sull’antichissimo Kumano Kodo, l’ufficio turistico stesso ammette che la grande maggioranza di chi percorre quei sentieri non è pellegrino in alcun senso religioso formale: viene a entrare in una foresta viva da mille anni. Sul Cammino di Santiago, la quota di chi dichiara motivazioni puramente o parzialmente non religiose cresce di anno in anno. La Via Francigena ha visto i certificati di arrivo a Roma superare i dodicimila nel 2025, ma si stima che fino a centomila persone l’abbiano percorsa senza chiedere alcun documento.
Sta nascendo una categoria che un tempo sarebbe parsa contraddittoria: il pellegrino laico. Cammina per le stesse ragioni profonde di sempre, cercare senso, elaborare un lutto, segnare un passaggio della vita, ma senza una dottrina che gli dica dove sta andando. Il rito sopravvive alla fede che lo aveva generato, esattamente come accade alle tradizioni più vive. Il contenitore regge anche quando il contenuto cambia.
Resta una domanda che riguarda chiunque progetti destinazioni, racconti territori o cerchi una strada propria. Se seicentosessanta milioni di persone si immergono in un fiume e mezzo milione cammina per settimane verso la stessa cattedrale, e tutti chiamano «pellegrinaggio» ciò che fanno, forse la parola non indica un luogo né un dio, ma un bisogno umano antichissimo di mettere il corpo in movimento verso qualcosa di più grande di sé. La domanda allora non è dove andiamo. È perché, in un’epoca che ha tutto a portata di schermo, sentiamo ancora il bisogno di andarci a piedi.
Fonti principali: stime di affluenza Maha Kumbh Mela 2025 (Prayagraj); dati Hajj 2024 (autorità saudite); statistiche pellegrini Oficina de Acogida al Peregrino (Santiago) e Testimonium della Via Francigena, 2024-2025; V. Turner, The Ritual Process (1969) e Image and Pilgrimage in Christian Culture (con E. Turner, 1978); J. Eade e M. Sallnow (a cura di), Contesting the Sacred: The Anthropology of Christian Pilgrimage, 1991; dati e framing dell’ufficio turistico del Kumano Kodo.

