C’è un gioco silenzioso che si fa in ogni pellegrinaggio del mondo. Arrivi stanco in ostello, ti siedi, e mentre slacci gli scarponi osservi gli altri. Quello che apparecchia il tavolo per tutti senza che nessuno glielo chieda. Quella che tiene lo zaino tra sé e gli sconosciuti come una piccola muraglia. Il ragazzo che ride troppo forte e guarda sempre verso la porta.Poi c’è chi vuole attaccare bottone a tutti i costi, ignorando la tua stanchezza. In pochi minuti, senza una parola, ti sei fatto un’idea di chi hai di fronte. La domanda è: quanto puoi fidarti di quell’idea, soprattutto quando le persone vengono da quaranta paesi diversi?
La risposta che circola nei corsi di comunicazione, quella per cui il corpo «non mente mai» e il 93% del messaggio sarebbe non verbale, è una leggenda metropolitana. Quel numero nasce da due studi di Albert Mehrabian degli anni Sessanta, condotti su singole parole pronunciate con toni discordanti, e che lo stesso Mehrabian ha passato decenni a pregare di non generalizzare. Il corpo comunica moltissimo, ma in modo più ambiguo, più culturale e più contestuale di quanto la vulgata pretenda. Capire chi ci cammina accanto è possibile. Richiede però di sapere che cosa, nel linguaggio del corpo, attraversa i confini e che cosa no.
L’illusione del volto universale
Per mezzo secolo abbiamo creduto, sulla scia di Paul Ekman, che esistessero sei emozioni di base con altrettante espressioni facciali riconoscibili in qualsiasi cultura. Negli studi degli anni Settanta, membri del popolo Fore della Papua Nuova Guinea, privi di contatto con l’Occidente, identificavano la tristezza nelle foto giuste l’81% delle volte (Ekman e Friesen, 1971). Sembrava la prova definitiva di un alfabeto biologico comune.
Negli ultimi quindici anni quella certezza si è incrinata. Quando i ricercatori hanno smesso di usare la scelta forzata, cioè di mettere davanti al partecipante una lista di etichette tra cui scegliere, e hanno lasciato le persone libere di descrivere ciò che vedevano, i risultati sono cambiati. Gli Himba della Namibia, gli Hadza della Tanzania, i Trobriand della Papua Nuova Guinea non associano spontaneamente le «facce» canoniche alle emozioni che il modello prevedeva (Gendron, Crivelli e Barrett, Perspectives on Psychological Science, 2018; Crivelli e collaboratori, 2017). Un volto che in Europa leggiamo come paura, presso i Trobriand può segnalare una minaccia rivolta all’altro. La conclusione condivisa oggi è più sobria: esiste una base universale, ma interagisce con un apprendimento culturale che cambia profondamente significato e regole d’uso.
Walking alone or with others? Two very different ways to feel better
Le regole d’uso sono la chiave. Già Ekman e Friesen avevano notato che giapponesi e americani mostravano le stesse espressioni davanti a un filmato disgustoso quando erano soli, ma i giapponesi le mascheravano in presenza di una figura d’autorità. Le chiamarono display rules, regole di esibizione. Lo stesso sorriso può dire gioia, imbarazzo, sottomissione o cortesia di facciata a seconda del paese in cui viene prodotto. E mentre voi all’ostello cercate di decifrare un volto, quel volto sta seguendo un copione che non avete letto.
Un corollario pratico, per chi crede di saper smascherare i bugiardi dalle microespressioni: le grandi revisioni scientifiche, inclusa una della National Academy of Sciences statunitense, non hanno trovato prove affidabili che l’analisi delle microespressioni individui le menzogne. I falsi positivi abbondano, e le differenze culturali peggiorano tutto.
Ciò che invece viaggia davvero
Se il volto è infido, alcune cose attraversano i confini meglio. La prima è lo spazio. L’antropologo Edward Hall, negli anni Sessanta, descrisse la prossemica: la distanza che teniamo dagli altri è regolata da grammatiche culturali precise. Esistono culture «da contatto», dove la vicinanza fisica e il tocco sono normali, e culture «da non contatto», dove lo stesso avvicinarsi suona aggressivo. Quel pellegrino mediterraneo che ti parla a venti centimetri dal naso non è invadente, sta solo usando la sua lingua. Quella scandinava che indietreggia di un passo non è fredda, sta proteggendo il suo. Il malinteso nasce quando scambiamo una regola spaziale per un tratto di carattere.
La seconda cosa che viaggia è la sincronia. Quando due persone, anche di culture lontane, cominciano a rispecchiarsi, a muoversi e respirare a tempo, nasce affinità reale e misurabile: la coordinazione motoria aumenta empatia, fiducia e cooperazione (Wiltermuth e Heath, 2009; Valdesolo e DeSteno, 2011). È un segnale più onesto di un sorriso, perché è difficile da fingere. Osservare chi, in un gruppo, finisce per sincronizzarsi con gli altri e chi resta sempre fuori tempo dice più di mille espressioni.
La terza è la velocità del primo giudizio. Lo psicologo sociale Nalini Ambady ha mostrato che da pochi secondi di osservazione, le cosiddette thin slices, ricaviamo valutazioni di personalità sorprendentemente coerenti con quelle di chi conosce la persona da tempo (Ambady e Rosenthal, Psychological Bulletin, 1992). Il problema è che coerente non significa corretto: le prime impressioni sono rapide e stabili, ma possono sbagliare in modo sistematico, soprattutto fra culture, proprio perché applichiamo le nostre regole a segnali governati da altre.
L’arte sottile di non concludere
Mettendo insieme i dati, emerge un metodo che è quasi l’opposto del «leggere le persone come un libro aperto». Chi cammina accanto a te si capisce meglio sospendendo le conclusioni. Si guarda la postura non per archiviarla come «chiuso» o «aperto», ma per notare se cambia quando arriva qualcuno. Si osserva la distanza che la persona sceglie, ricordando che è una lingua, non un verdetto. Si registra chi entra in sincronia col gruppo e chi no. Si tiene a mente che il primo giudizio, per quanto vivido, è un’ipotesi e non una diagnosi.
Il pellegrinaggio è il laboratorio ideale per questo allenamento, perché spoglia le persone delle loro maschere quotidiane, lavoro, status, vestiti, e le mette tutte nella stessa fatica. Ma proprio perché le mescola da quaranta culture, costringe a una umiltà interpretativa che nella vita normale ci risparmiamo.
Resta una domanda che riguarda chiunque viaggi, lavori o ami attraverso i confini. Se il corpo non parla ovunque la stessa lingua, capire l’altro non è decifrare un codice che già possediamo, ma accettare di non averlo. E allora forse la persona che leggiamo meglio, lungo la strada, non è quella di cui indoviniamo i pensieri, ma quella accanto a cui smettiamo, per un tratto, di voler indovinare.
Fonti principali: P. Ekman y W. Friesen, “Constants Across Cultures in the Face and Emotion”, Journal of Personality and Social Psychology, 1971; M. Gendron, C. Crivelli y L. F. Barrett, “Universality Reconsidered: Diversity in Making Meaning of Facial Expressions”, Perspectives on Psychological Science, 2018; C. Crivelli y colaboradores, “Recognizing Spontaneous Facial Expressions of Emotion in a Small-Scale Society of Papua New Guinea”, Emotion, 2017; E. T. Hall, The Hidden Dimension, 1966; S. Wiltermuth y C. Heath, “Synchrony and Cooperation”, Psychological Science, 2009; N. Ambady y R. Rosenthal, “Thin Slices of Expressive Behavior as Predictors of Interpersonal Consequences”, Psychological Bulletin, 1992.

