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Camminare soli o in compagnia? Due modi molto diversi di stare bene

Camminare da soli o in compagnia? MaxMaximovPhotography - Shutterstock
Camminare da soli o in compagnia? MaxMaximovPhotography - Shutterstock

Non c’è una risposta giusta. Ma c’è una differenza reale, e capirla prima di partire potrebbe cambiare tutto il cammino.

Jacinta aveva sessantatré anni quando ha deciso di fare il Cammino di Santiago da sola. Sua figlia aveva insistito per venire con lei — sarebbe stato un progetto bellissimo, avrebbero finalmente avuto il tempo di parlare, di conoscersi da adulte, di recuperare anni di distanze silenziose. Sua sorella aveva proposto la stessa cosa. Perfino un’amica con cui condivideva una pizza ogni tanto si era offerta, con entusiasmo improvviso, di partire insieme. Jacinta aveva ringraziato tutte educatamente, con la fermezza pacifica di chi ha già deciso, e aveva messo in zaino esattamente quello che serviva a una persona. Al ritorno, sua figlia le aveva chiesto com’era andata. «Come trent’anni fa» aveva risposto lei. E non specificò di cosa, trent’anni fa.

Dall’altra parte c’è Marco, quarantadue anni, project manager in una società di consulenza, che ha fatto lo stesso cammino tre volte nel corso di dieci anni: la prima da solo, partendo da Lisbona un lunedì di febbraio quando il cammino portoghese è quasi deserto; la seconda con un amico di vecchia data che conosceva da vent’anni e con cui non aveva praticamente mai litigato prima; la terza con un gruppo organizzato di quattordici persone, alcune delle quali non aveva mai visto prima della partenza. «Tre esperienze completamente diverse» racconta. «Quasi tre cammini diversi. Forse quattro cammini, perché anche io ero diverso ogni volta.» Non sa dire quale ha preferito. Dipende da cosa cercava, ognuna delle volte.

Cosa succede quando camminiamo da soli?

La distinzione tra camminare soli e camminare in compagnia riguarda essenzialmente che tipo di esperienza si sta cercando e che tipo di lavorìo interiore si è disposti — o pronti — a fare.

 

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Quando si cammina soli, la mente ha spazio per andare dove vuole, senza dover rispondere a nessuno. I pensieri che nella vita quotidiana non trovano mai il momento giusto per presentarsi — perché ci sono sempre interruzioni, notifiche, conversazioni, richieste — si presentano qui, sul sentiero, con tutta la tranquillità di chi sa di avere tempo. A volte sono pensieri gradevoli: ricordi piacevoli, idee creative, riflessioni che si aprono lentamente come fiori in fast-forward. A volte non lo sono affatto: preoccupazioni che si era riusciti a tenere a bada riemerge con forza, conflitti irrisolti che chiedono attenzione, aspetti di sé stessi con cui non si è ancora venuti a patti. Il cammino solitario non garantisce che si trovi quello che si cerca. Garantisce che si trovi quello che c’è.

I filosofi che hanno camminato — Rousseau, che nelle sue Rêveries du promeneur solitaire descriveva le passeggiate solitarie come l’unico contesto in cui riusciva a pensare con vera chiarezza; Nietzsche, che componeva mentalmente gran parte delle sue opere durante le lunghe camminate quotidiane nei dintorni di Sils-Maria; Wordsworth e Coleridge che camminavano insieme ma in silenzio per ore, ciascuno nel proprio mondo, prima di fermarsi a parlare — hanno lasciato testimonianza coerente di questo: la solitudine in movimento produce una qualità di pensiero che la sedentarietà e la compagnia non producono allo stesso modo. Come se le gambe in movimento portassero con sé qualcosa che rimane fermo quando il corpo è fermo.

Cosa succede quando camminiamo insieme?

Camminare in compagnia attiva qualcosa di completamente diverso. I ritmi fisici tendono a sincronizzarsi — il passo, il respiro, le pause — e con i ritmi fisici si sincronizzano spesso anche gli stati emotivi e il livello energetico. La stanchezza dell’uno diventa leggibile nell’altro. Il buonumore si trasmette senza bisogno di dichiararlo.

La fatica condivisa produce una forma di intimità che molti descrivono come sorprendentemente rapida: persone che si conoscono da un giorno si trovano a condividere, sul sentiero, cose che non hanno mai detto a persone che frequentano da anni. Il cammino abbassa le difese. Il ritmo comune, la fatica comune, il fatto di non avere nessuno dei contesti abituali che definiscono chi sei — tutto questo rende più facile essere semplicemente se stessi.

 

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Le tradizioni di pellegrinaggio hanno gestito questa dualità con una saggezza pratica che si è consolidata nel tempo. La hajj, il pellegrinaggio alla Mecca che ogni musulmano che ne abbia la possibilità deve compiere almeno una volta nella vita, è per definizione un’esperienza collettiva: due milioni di persone che compiono gli stessi gesti nello stesso spazio nello stesso momento, una sincronizzazione di intenzione e movimento che ha qualcosa di vertiginoso. Eppure al suo interno prevede momenti di preghiera individuale, silenziosa, personale, intrasferibile. Il Cammino di Santiago, nelle sue forme storiche medievali, era fatto da persone che camminavano insieme per tratti e poi si separavano — non per disorganizzazione, ma perché il cammino lasciava naturalmente spazio a entrambe le modalità.

I rischi di ciascuna opzione

Il rischio del camminare in compagnia è ben noto a chiunque abbia fatto un percorso lungo con qualcuno: la conversazione può diventare un rifugio, un modo per non dover stare con se stessi. Si può passare trenta giorni a camminare e non fare mai davvero silenzio interiore, perché c’è sempre qualcosa da dire, da commentare, da condividere. Chi ha usato il cammino come fuga dall’esterno ma poi si è riempito di chiacchiere all’interno non ha necessariamente fatto un’esperienza meno valida. Ma ha fatto un’esperienza diversa da quella che il cammino lungo può offrire nel silenzio.

Il rischio del camminare soli è meno discusso ma altrettanto reale: la solitudine può amplificare ciò che si voleva elaborare fino a renderlo ingombrante invece che chiaro. Senza il bilanciamento di un’altra presenza, certi pensieri girano in circolo invece di aprirsi verso qualcosa di nuovo. Non sempre stare soli con se stessi per settimane produce chiarezza. A volte produce soltanto rumore intensificato.

La risposta onesta alla domanda del titolo è che probabilmente abbiamo bisogno di entrambe le esperienze, e che i cammini lunghi le offrono entrambe nel corso di settimane: compagnie che si formano spontaneamente agli alberghi e si dissolvono altrettanto spontaneamente qualche giorno dopo, momenti di assoluta solitudine nelle ore mattutine prima che gli altri partano, conversazioni profonde con qualcuno incontrato per caso e mai rivisto.

Il cammino solitario ci restituisce a noi stessi. Il cammino condiviso ci restituisce agli altri. Un cammino lungo che contenga entrambi insegna qualcosa che nessun tipo di pellegrinaggio breve riesce a insegnare: che siamo capaci di stare soli e capaci di stare con gli altri, e che nessuna delle due condizioni da sola è sufficiente a descrivere chi siamo.

Riferimenti
• Oppezzo, M. & Schwartz, D.L. (2014). Give your ideas some legs: The positive effect of walking on creative thinking. Journal of Experimental Psychology.
• Dunbar, R.I.M. (1992). Neocortex size as a constraint on group size in primates. Journal of Human Evolution, 22(6).

 

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