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Guardare il mondo con stupore per guarire

La meraviglia, contro ogni intuizione, non chiude in sé stessi: apre Unai Huizi Photography - Shutterstock
La meraviglia, contro ogni intuizione, non chiude in sé stessi: apre Unai Huizi Photography - Shutterstock

Quante volte durante un cammino vi siete fermati per ammirare un panorama, una valle che si apre all’improvviso dopo ore di bosco, un campanile romanico controluce, un cielo di stelle senza una sola luce intorno. Immagini che ci colgono alla sprovvista e ci fanno sentire per un secondo, piccolissimi punti nell’universo. Gli inglesi hanno una parola sola per quella sensazione, awe, e l’italiano la traduce con «stupore», «meraviglia», «soggezione». Per secoli è stata materia di poeti e mistici. Da una ventina d’anni è anche materia di laboratorio, e i risultati sono tali da far pensare che la meraviglia sia una delle ragioni profonde che ci fa star bene.

Il «piccolo sé», fotografato

Nel 2020, un gruppo guidato da Virginia Sturm, all’Università della California a San Francisco, in collaborazione con lo psicologo dell’emozione Dacher Keltner, ha reclutato sessanta adulti anziani e li ha mandati a fare una passeggiata di un quarto d’ora alla settimana, per otto settimane. A metà di loro fu data un’unica istruzione in più: durante la camminata, cercate attivamente momenti di stupore, guardate il mondo con gli occhi di un bambino che vede tutto per la prima volta. Gli altri camminavano e basta.

A ogni uscita, i partecipanti si scattavano un selfie. Quando i ricercatori analizzarono le foto, scoprirono qualcosa che nessuno aveva previsto: settimana dopo settimana, chi cercava lo stupore si faceva sempre più piccolo nell’inquadratura, lasciando entrare il paesaggio, e sorrideva sempre più ampiamente (Sturm e collaboratori, Emotion, 2020). Era il «piccolo sé» reso visibile, letteralmente fotografato. Il gruppo dello stupore riferiva più emozioni prosociali, gratitudine e compassione, e meno disagio quotidiano. Il dettaglio decisivo è che il gruppo di controllo aveva camminato persino di più. Non era l’esercizio. Era l’orientamento alla meraviglia. Era bastata un’indicazione a cambiare la chimica dell’esperienza. Quindi, l’esperienza stessa.

Una medicina che dilata il tempo e abbassa l’infiammazione

Il «piccolo sé» è il cuore del meccanismo. Lo stupore funziona spostando l’attenzione dal proprio io a qualcosa di vasto che lo contiene: una catena montuosa, una cattedrale, una notte stellata, persino una folla in preghiera. In quel decentramento, i problemi personali rimpiccioliscono insieme a noi, e questo apre spazio agli altri. In una serie di esperimenti, Paul Piff ha mostrato che le persone indotte a provare stupore diventano più generose e più disposte ad aiutare (Piff e collaboratori, 2015). La meraviglia, contro ogni intuizione, non chiude in sé stessi: apre.

Lo stupore agisce anche sulla percezione del tempo, e secondo alcuni studi pare che chi prova stupore sente di avere più tempo a disposizione, diventa meno impaziente, preferisce le esperienze agli oggetti e riferisce maggiore soddisfazione di vita (Rudd, Vohs e Aaker, Psychological Science, 2012). Il motivo: lo stupore inchioda al presente, e nel presente il tempo smette di scappare. È esattamente la sensazione che il pellegrino conosce, quella per cui una settimana di Cammino «vale» mesi di vita ordinaria.

C’è perfino una traccia nel sangue di questa attitudine. Pare che le emozioni positive risultino associate a livelli più bassi di un marcatore di infiammazione legato a numerose malattie croniche. E tra tutte le emozioni positive misurate, lo stupore era il predittore più forte di quei livelli ridotti. Detto senza enfasi: la meraviglia, oltre a far sentire meglio, sembra correlare con un corpo meno infiammato.

 

How pilgrimage changes the perception of time

Perché il cammino lento è una fabbrica di stupore

Se lo stupore fa tutto questo, allora il pellegrinaggio a piedi è uno dei dispositivi più efficaci che l’umanità abbia inventato per produrlo, e per una ragione che ha a che fare con la lentezza. Lo stupore nasce da due ingredienti, secondo il modello di Keltner e Jonathan Haidt: la vastità, qualcosa che eccede la nostra scala abituale, e il bisogno di accomodamento, qualcosa che non rientra subito negli schemi e ci costringe ad allargarli. La velocità è nemica di entrambi. In auto, in aereo, dietro uno schermo, la vastità scorre via prima di poterci toccare. A piedi, a cinque chilometri all’ora, il paesaggio ha il tempo di entrare. La salita guadagnata con il fiato corto rende la valle, dall’alto, incommensurabilmente più vasta di quella vista da un finestrino. La lentezza è parte del pellegrinaggio. È la condizione che permette allo stupore di accadere.

E qui c’è una notizia che democratizza tutto. Lo studio di Sturm chiedeva quindici minuti a settimana e un’intenzione: guardare cercando la meraviglia. Lo stupore non dipende solo dalla grandezza di ciò che si guarda, ma dalla disposizione con cui lo si guarda. Lo si può allenare come un muscolo, e lo si può trovare in un raggio di sole tra le foglie quanto davanti a una cattedrale. Il pellegrinaggio non possiede il monopolio della meraviglia. Insegna però, meglio di qualunque altra esperienza, a riconoscerla, perché toglie la fretta che a casa la rende invisibile.

Resta una domanda, e la lascio a chi cammina e a chi non ha tempo per farlo. Se sentirsi piccoli davanti a qualcosa di vasto ci rende più sani, più generosi e più ricchi di tempo, forse il nostro malessere non viene dall’esserci sentiti troppo poco importanti, ma dall’aver costruito vite in cui non ci fermiamo mai abbastanza a lungo, davanti a niente, da poterci sentire finalmente piccoli.

Fonti principali: V. E. Sturm e collaboratori, “Big Smile, Small Self: Awe Walks Promote Prosocial Positive Emotions in Older Adults”, Emotion, 2020; M. Rudd, K. D. Vohs e J. Aaker, “Awe Expands People’s Perception of Time, Alters Decision Making, and Enhances Well-Being”, Psychological Science 23(10), 2012; J. E. Stellar e collaboratori, “Positive Affect and Markers of Inflammation: Discrete Positive Emotions Predict Lower Levels of Inflammatory Cytokines”, Emotion 15(2), 2015; P. Piff e collaboratori, “Awe, the Small Self, and Prosocial Behavior”, Journal of Personality and Social Psychology, 2015; D. Keltner e J. Haidt, “Approaching Awe, a Moral, Spiritual, and Aesthetic Emotion”, Cognition & Emotion, 2003.

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