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Perché le idee migliori arrivano quando smetti di cercarle

Camminare aumenta la produzione di idee creative in media del sessanta per cento rispetto allo stare seduti PeopleImages - Shutterstock
Camminare aumenta la produzione di idee creative in media del sessanta per cento rispetto allo stare seduti PeopleImages - Shutterstock

Henri Poincaré, uno dei più grandi matematici dell’Ottocento, lottava da settimane con un problema che non voleva sciogliersi. Poi smise. Partì per una gita in diligenza, la mente altrove, e nell’istante in cui poggiò il piede sul predellino la soluzione gli arrivò intera, senza sforzo, come se fosse sempre stata lì. Raccontò l’episodio per spiegare una cosa che ogni mente creativa conosce e che la cultura del lavoro contemporaneo ostinatamente rimuove: a volte si risolve un problema solo smettendo di affrontarlo.

Suona come una scusa per pigri. È invece uno dei fenomeni meglio documentati della psicologia cognitiva, e ha persino un nome: incubazione. Capirne le regole esatte vale più di mille tecniche di produttività, perché ribalta l’idea che davanti a un nodo la risposta sia sempre stringere i denti e insistere.

Il primo a metterlo in ordine fu un inglese, Graham Wallas, che nel 1926 descrisse la creazione di un’idea in quattro stadi. Prima la preparazione, lo studio accanito del problema. Poi l’incubazione, in cui lo si lascia da parte e la mente cosciente si occupa d’altro. Quindi l’illuminazione, l’istante in cui la soluzione affiora, l’aha che sembra venire dal nulla. Infine la verifica, in cui si controlla che l’intuizione regga. Wallas aveva osservato che gli inventori e gli scienziati a lui contemporanei attraversavano quasi tutti la stessa sequenza, e che il terzo stadio, il lampo, arrivava sistematicamente dopo il secondo, la pausa. Per quasi un secolo è rimasta una teoria suggestiva in cerca di prove. Le prove sono arrivate.

La prova che la pausa funziona (a certe condizioni)

Nel 2009, due ricercatori, Ut Na Sio e Thomas Ormerod, hanno passato al setaccio decenni di esperimenti sull’argomento in una meta-analisi pubblicata sulla Psychological Bulletin. Conclusione: l’effetto incubazione esiste davvero. Allontanarsi da un problema per un certo tempo aumenta in media la probabilità di risolverlo rispetto a chi continua a fissarlo. Ma il dato prezioso sta nelle condizioni, perché l’incubazione non è una bacchetta magica e funziona solo se rispetti due regole.

La prima è quasi una giustizia poetica: più a lungo hai lavorato sul problema prima di mollare, più forte è il beneficio della pausa. Non si può incubare ciò su cui non ci si è prima arrovellati. La diligenza di Poincaré funzionò perché arrivò dopo settimane di assedio. Staccare senza essersi prima impegnati non incuba nulla: è solo non aver iniziato.

La seconda regola riguarda cosa fai durante la pausa. La meta-analisi mostra che riempire l’incubazione con un compito ad alta richiesta cognitiva, un altro problema impegnativo, indebolisce l’effetto. La mente, per lavorare in sottofondo sul nodo abbandonato, ha bisogno che la superficie sia occupata da qualcosa di leggero. Ed ecco perché camminare è l’attività di incubazione quasi perfetta: tiene il corpo impegnato e la mente libera, occupata quel tanto che basta per non tornare a stringere il problema, ma non così tanto da rubare le risorse che servono a scioglierlo sotto traccia.

 

How pilgrimage changes the perception of time

Camminare genera idee, ma di un tipo preciso

Qui entra un secondo studio, diventato celebre. A Stanford, Marily Oppezzo e Daniel Schwartz hanno misurato la creatività di centosettantasei persone mentre sedevano e mentre camminavano. Il risultato: camminare aumentava la produzione di idee creative in media del sessanta per cento rispetto allo stare seduti, e l’effetto continuava per un po’ anche dopo essersi rimessi seduti (Oppezzo e Schwartz, Journal of Experimental Psychology, 2014).

Ma attenzione a una sfumatura che molti citatori entusiasti dimenticano, e che rende il dato ancora più interessante. Il camminare potenziava il pensiero divergente, cioè la capacità di generare molte idee, alternative, associazioni inattese. Non migliorava invece il pensiero convergente, quello che serve per trovare l’unica risposta corretta a un rompicapo chiuso. «Non stiamo dicendo che camminare vi trasformi in Michelangelo», precisò Oppezzo. «Ma può aiutarvi nelle fasi iniziali della creatività.» Il sentiero, insomma, è una macchina per aprire possibilità, non per chiuderle.

Mettendo insieme i due lavori si ottiene una mappa sorprendentemente pratica della mente che risolve. La fase di assedio, quella in cui ci si arrovella sul problema, serve e va fatta seduti, concentrati, fino all’impasse. Poi serve la pausa, e la pausa migliore è un movimento leggero che libera la mente: camminare. Durante quel movimento nascono le idee divergenti, le strade nuove. E quando si torna a sedersi, spesso la soluzione convergente è già lì, perché il lavoro sotterraneo è avvenuto mentre la coscienza guardava il paesaggio.

Il pellegrinaggio come incubazione lunga

Tutto questo getta una luce diversa su un’esperienza che molti pellegrini fanno senza saperla nominare. Si parte spesso con una domanda irrisolta, un nodo della vita, una decisione che a casa, seduti, non si scioglieva. Lungo il Cammino non la si affronta direttamente: la si lascia macerare mentre i piedi fanno il loro lavoro e gli occhi si riempiono di campi. E poi, un pomeriggio qualunque, intorno al ventesimo chilometro, la risposta affiora senza drammi, come la soluzione di Poincaré sul predellino. Non perché il sentiero contenga saggezza, ma perché ricrea, per settimane, le condizioni esatte che la scienza descrive: un problema su cui ci si è prima logorati, una mente occupata in modo leggero, un corpo che cammina e fa fiorire il pensiero divergente.

C’è un avvertimento necessario, però, contro la mitologia del «staccare e basta». L’incubazione non premia la fuga, premia la pausa dopo lo sforzo. Chi parte per il Cammino sperando che la strada decida al posto suo, senza aver prima affrontato il problema, troverà solo gambe stanche. La saggezza del sentiero non è alternativa al pensiero. Ne è il secondo tempo.

Resta una domanda, e la lascio a chiunque viva inchiodato a una scrivania convinto che le risposte si conquistino solo restando fermi a cercarle. Se le idee migliori arrivano quando il corpo si muove e la mente smette di stringere, quanto del nostro genio inutilizzato sta semplicemente aspettando che ci alziamo e usciamo a camminare?

The emotions of pilgrimage: A map for understanding ourselves

Fonti principali: U. N. Sio e T. C. Ormerod, “Does Incubation Enhance Problem Solving? A Meta-Analytic Review”, Psychological Bulletin 135(1), 2009; M. Oppezzo e D. L. Schwartz, “Give Your Ideas Some Legs: The Positive Effect of Walking on Creative Thinking”, Journal of Experimental Psychology: Learning, Memory, and Cognition 40(4), 2014; H. Poincaré, resoconto autobiografico sulla scoperta delle funzioni fuchsiane (1908).

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