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Monte Nebo. 'Jebel Nebba'. Nebo, Cappella di Santa Maria. Si vedono i resti dell'abside e del pavimento. Anno 1933 Collezione Matson. Pubblico dominio

Sylvester Saller: un francescano cercava Mosè

Tra il 1933 e il 1937, un frate americano visse su una cima rocciosa di quella che allora era la Transgiordania. Non cercava tesori né tombe monumentali. Cercava tracce di una promessa. Il suo nome era Sylvester Saller, e il suo lavoro sul Monte Nebo univa lo scavo metodico a una profonda convinzione interiore. Quello che portò alla luce non fu solo pietra antica, ma un paesaggio modellato dalla memoria, dal pellegrinaggio e dalla tensione tra storia e tradizione.

Dalla fede al campo: uno studioso in trasformazione

Nato nel Michigan nel 1895, in una famiglia cattolica di origine europea, Sylvester John Saller entrò nell’Ordine Francescano all’età di diciott’anni. Dopo l’ordinazione sacerdotale, studiò a Roma, dove si formò in studi biblici, lingue antiche e archeologia. Fu lì che sviluppò un interesse appassionato per la lettura del passato non solo attraverso le Scritture, ma anche attraverso le testimonianze materiali.

Nel 1932 fu inviato a Gerusalemme come docente presso il neonato Studium Biblicum Franciscanum (SBF). Era un periodo di grande fermento per l’archeologia biblica: istituzioni cattoliche e protestanti scavavano attivamente in tutta la regione, spesso spinte dal desiderio di confermare affermazioni teologiche.

Ma Saller adottò un approccio diverso. Non era un polemista. I suoi scavi, scritti e insegnamenti rivelavano uno studioso deciso a comprendere gli spazi sacri nei loro propri termini. In un’epoca in cui l’archeologia veniva spesso usata ideologicamente, Saller scelse l’umiltà scientifica e l’indagine riflessiva.

 

Mount Nebo. "Jebel Nebba". Nebo, Byzantine basilica. Excavated in summer of 1933 by the Franciscan fathers
Monte Nebo. “Jebel Nebba”, basilica bizantina. Scavata nell’estate del 1933 dai padri francescani.

La memoria francescana come pratica archeologica

Per secoli, la Custodia Francescana di Terra Santa è stata la custode dei luoghi cristiani più sacri della regione. All’inizio del XX secolo, assunse anche un nuovo ruolo: quello di ricercatrice e interprete. Lo SBF nacque per formare frati capaci di dialogare con la ricerca moderna senza rinunciare alla tradizione religiosa.

Saller incarnava perfettamente questa transizione. Insegnava archeologia, greco ed esegesi, ma più di tutto formava lo sguardo dei suoi studenti all’osservazione rigorosa. Per lui, la terra non era solo lo sfondo degli eventi biblici, ma un testo a sé, da leggere con attenzione e rispetto. L’archeologia, nella sua visione, non era subordinata alla teologia, bensì un linguaggio parallelo, in grado di arricchirla, sfidarla e approfondirla.

Il Monte Nebo: paesaggio, racconto, simbolo

Nel 1932, la Custodia acquistò una collina a ovest di Madaba, nota come Ras Siyagha, da tempo associata al Monte Nebo biblico. Secondo il libro del Deuteronomio, qui Mosè avrebbe visto la Terra Promessa prima di morire. Sebbene la collocazione esatta dell’evento fosse incerta, il colle era venerato almeno dal IV secolo d.C.

Una delle prime descrizioni ci viene da Egeria, una pellegrina romana della penisola iberica. Scrisse di una chiesa gestita da monaci e di una struttura simile a una tomba — vuota, ma centrale nella pratica devozionale della comunità. Saller trattò questo racconto non come leggenda, ma come ipotesi di lavoro. Intendeva verificare se la topografia conservasse evidenze materiali di questa antica tradizione.

L’acquisizione del terreno fu resa possibile dalla diplomazia del frate Girolamo Mihaic, con il sostegno dell’emiro Abdullah di Transgiordania. La Custodia non agiva da proprietaria in senso moderno, ma da custode, mediando tra tradizione, archeologia e governance locale.

Il Monte Nebo non era solo un sito da scavare, ma un’elevazione simbolica: un luogo di visione senza possesso. Così come Mosè guardò la Terra Promessa senza entrarvi, l’archeologo osserva il paesaggio della storia senza pretenderne il dominio. Questa metafora ispirò l’intero approccio di Saller.

 

Ancient mosaic, Mount Nebo, Jordan
Un antico mosaico nella chiesa bizantina sul Monte Nebo, Giordania

Scavare l’assenza: la basilica e il suo cuore silenzioso

Dal 1933 al 1937, Saller guidò tre campagne di scavo sul sito. Le condizioni erano difficili: strumenti limitati, terreno calcareo accidentato, clima estremo. Tuttavia, la sua metodologia era scrupolosa: suddivideva il sito in quadranti, documentava ogni strato con fotografie, catalogava ogni reperto, anche il più frammentario.

La sua scoperta più importante fu una basilica del IV secolo, con pianta triconca, cappelle laterali e più fasi costruttive. Sotto l’altare principale, Saller scoprì una camera deliberatamente vuota — apparentemente progettata non per una sepoltura, ma come spazio simbolico per commemorare la morte di Mosè. Un vuoto architettonico carico di significato.

Mosaici, iscrizioni greche e ceramiche di un monastero adiacente rivelarono una presenza liturgica e monastica. Il Monte Nebo era stato luogo di culto e pellegrinaggio per secoli, ben prima che l’archeologia ne confermasse l’importanza.

La scrittura come prosecuzione dello scavo

Nel 1941, Saller pubblicò The Memorial of Moses on Mount Nebo, uun’opera monumentale che documentava ogni muro, iscrizione e oggetto rinvenuto. Il progetto fu realizzato durante la guerra, con risorse scarse, ma ancorato alla convinzione che scavare non serve a nulla se non si comunica.

La sua prosa è tecnica ma accessibile, strutturata con chiarezza e senso didattico. Più che un semplice rapporto di scavo, il libro è un contributo accademico duraturo — ancora oggi citato da archeologi, storici e studiosi del patrimonio.

 

Entrada al complejo Monte Nebo en Jordania
Ingresso al complesso del Monte Nebo in Giordania

Un’eredità che ha fondato una scuola

Saller non fu una figura isolata. Fu il fondamento di una vera e propria scuola archeologica francescana. I suoi successori — Virgilio Corbo, Michele Piccirillo, Eugenio Alliata — ne hanno sviluppato metodi e spirito, fondando istituzioni come la Collectio Maior e la rivista Liber Annuus, che ancora oggi pubblica ricerche dello SBF.

Oltre all’eredità istituzionale, Saller lasciò un modo di guardare alla terra: non come territorio statico né come mappa religiosa fissa, ma come palinsesto vivente. Ogni iscrizione, ogni frammento di mosaico, ogni pietra incisa contribuiva a una narrazione ancora in corso.

Kathleen M. Kenyon, archeologa pioniera, scrisse nel suo necrologio:

“Grazie alle sue conferenze pubbliche e al suo profondo amore per tutto ciò che riguardava Gerusalemme, Padre Saller era una figura ben conosciuta, e anche negli ultimi anni lo si vedeva sempre dove c’erano scavi. La sua semplicità innata e la profonda fede nella religione e nell’umanità lo resero una figura molto amata nella comunità di Gerusalemme.”
— Levant, 1977, Vol. 9

Visione senza possesso

Saller morì a Gerusalemme nel 1976, dopo oltre quarant’anni di scavi e insegnamento. Oltre al Monte Nebo, lavorò anche a Betania ed Ein Kerem, e compilò il più completo catalogo delle antiche sinagoghe della Palestina del suo tempo.

Ma la sua lezione più duratura non fu un singolo ritrovamento, bensì un metodo. Per lui, scienza e fede non erano avversarie, ma alleate in una ricerca comune: comprendere la verità incisa nella materia.

Il Monte Nebo, così come lo restituì al mondo, resta una metafora potente: vedere senza possedere, ricordare senza dominare, scavare senza cancellare. In un tempo sempre più segnato da possesso ed estrazione, il gesto riverente, metodico e riflessivo di Saller offre un modello di indagine fondato sulla responsabilità. Non trovò la tomba di Mosè. Ma ne seguì la memoria — incisa nei mosaici, scolpita nella pietra e custodita nel silenzio di una camera costruita per restare vuota.

 

Mount Nebo

 

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