Più di due secoli fa, molte delle persone che arrivavano a Cape Coast Castle, nell’attuale Ghana, non si trovavano lì per scelta. Erano state catturate, deportate dalle regioni interne e rinchiuse nelle segrete delle fortezze costiere in attesa di essere imbarcate verso le Americhe e vendute come schiave. Per loro, l’oceano che si apriva davanti al castello non era un paesaggio né la promessa di un viaggio: era il confine di una separazione definitiva.
Oggi, davanti a quelle stesse mura bianche, arrivano autobus, famiglie, scolaresche, ricercatori e viaggiatori provenienti dall’Africa, dall’Europa, dalle Americhe e dai Caraibi. Alcuni hanno attraversato migliaia di chilometri proprio per essere lì. Entrano nelle segrete, ascoltano le guide, attraversano i cortili e si fermano davanti alla Door of No Return, la Porta del Non Ritorno. Tra loro ci sono discendenti degli africani ridotti in schiavitù che compiono un viaggio esattamente opposto a quello iniziato secoli fa.
Questo contrasto sta trasformando Cape Coast e gran parte della costa centrale del Ghana. Luoghi a lungo associati quasi esclusivamente alla tratta degli schiavi sono diventati destinazioni di turismo storico e della memoria, ma anche spazi di ritorno simbolico, celebrazione comunitaria e incontro con culture che, intorno ai castelli, non hanno mai smesso di vivere.

La trasformazione è molto più complessa della semplice conversione di un’antica fortezza in attrazione turistica. Ciò che sta emergendo è un vero e proprio paesaggio della memoria, nel quale il passato atlantico, la cultura fante, i festival contemporanei, la natura e la diaspora diventano parte di una stessa esperienza.
Seguire la strada prima di arrivare al mare
Cape Coast Castle è inevitabilmente il centro di questa geografia. Le sue segrete permettono di entrare fisicamente in contatto con una storia che, quando viene ridotta a numeri, può risultare difficile da immaginare. Nel 2025 ha ricevuto 141.523 visitatori, collocandosi tra le principali attrazioni turistiche del Ghana.
Cominciare il racconto da qui, tuttavia, può creare un’impressione fuorviante: la schiavitù non iniziava quando i prigionieri varcavano le porte del castello.
Nell’entroterra, Assin Manso conserva la memoria delle rotte lungo le quali uomini e donne venivano condotti verso la costa. Poco distante da Cape Coast, Elmina Castle rappresenta un altro dei grandi complessi fortificati legati al commercio atlantico. Alcuni itinerari della memoria si spingono ancora più a nord, verso luoghi collegati alle antiche vie della tratta.
Attraversare questi spazi significa comprendere che i castelli costituivano soltanto il punto terminale, sulla costa, di una geografia molto più vasta fatta di catture, trasferimenti, commercio e prigionia. La costa era l’ultima tappa africana, non la prima.

Oggi quella stessa geografia può essere percorsa nella direzione opposta. Ed è qui che emerge uno dei fenomeni più interessanti del turismo contemporaneo in Ghana.
Per alcuni visitatori, Cape Coast è essenzialmente una destinazione storica. Per altri — soprattutto afroamericani, afro-caraibici e altri viaggiatori appartenenti alla diaspora — visitare questi luoghi può assumere anche un significato legato all’appartenenza, alle origini e all’identità. Le ricerche condotte a Cape Coast ed Elmina hanno evidenziato proprio l’importanza dell’emozione, dell’autenticità e delle relazioni con le comunità locali in quello che viene definito roots tourism, turismo delle radici.
La città che esiste oltre il castello
Ma l’esperienza forse più interessante comincia quando si esce dalle segrete.
Cape Coast continua a essere Oguaa, uno dei grandi centri storici della cultura fante. I suoi abitanti non vivono soltanto circondati da un patrimonio legato alla schiavitù: mantengono vive autorità tradizionali, compagnie Asafo, cerimonie, chiese, mercati e feste che appartengono alla loro storia.
L’esempio più evidente è l’Oguaa Fetu Afahye, celebrato intorno al primo sabato di settembre. Il festival comprende riti di purificazione, offerte, processioni, musica, cerimonie comunitarie e la partecipazione delle sette compagnie Asafo.
Il suo valore per il visitatore risiede proprio nel fatto che non è nato come spettacolo per chi arriva da fuori. Il viaggiatore entra in una celebrazione che esisteva già e che conserva un significato per la comunità indipendentemente dalla sua presenza.
Il Fetu pone una domanda diversa da quella che nasce all’interno del castello. Lì il visitatore si chiede che cosa sia accaduto a coloro che furono deportati. Per le strade di Oguaa emerge invece un’altra domanda: che cosa è accaduto a coloro che sono rimasti?
Una regione di festival e cultura viva
Cape Coast non è un caso isolato. La Central Region possiede un calendario di eventi culturali che permette al viaggiatore di guardare il territorio ben oltre le sue fortezze.

Nella vicina Elmina, il festival Bakatue — che si tiene generalmente all’inizio di luglio — ruota intorno alla laguna di Benya, alla pesca, alle autorità tradizionali e al rapporto tra la comunità e l’acqua. Per il viaggiatore rappresenta un’occasione per scoprire una città spesso oscurata dalla fama del suo castello.
A Winneba, l’Aboakyer riunisce le tradizioni della comunità Effutu, le compagnie Asafo, le processioni e il celebre rituale della caccia al cervo. Si svolge generalmente tra la fine di aprile e l’inizio di maggio.
Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto acquistano invece centralità le celebrazioni legate alla memoria della schiavitù e dell’emancipazione. Ogni anno il Ghana celebra l’Emancipation Day, che culmina intorno al 1º agosto, con Assin Manso tra i suoi luoghi simbolici.
Negli anni dispari si aggiunge PANAFEST, nato nel 1992 da un’idea legata alla drammaturga e attivista culturale Efua Sutherland. Il festival combina teatro, musica, danza, incontri accademici e cerimonie pensate per rafforzare i legami tra l’Africa e i suoi figli della diaspora.
Nel loro insieme, queste celebrazioni formano quasi una lunga stagione culturale: Aboakyer in primavera, Bakatue a luglio, PANAFEST ed Emancipation Day durante l’estate e Fetu Afahye all’avvicinarsi di settembre.
La Central Region smette così di apparire come un museo a cielo aperto della schiavitù e si presenta come un territorio culturale vivo.

Dalla porta della partenza alla porta del ritorno
Una delle immagini più potenti di questo nuovo turismo è la reinterpretazione della Door of No Return.
Storicamente, quella porta simboleggia la partenza forzata di coloro che venivano imbarcati verso le Americhe senza possibilità di ritorno. In alcune cerimonie contemporanee legate alla diaspora, lo stesso spazio assume un significato opposto: tornare, essere accolti, recuperare simbolicamente un rapporto con l’Africa.
Il passato, naturalmente, non può essere cancellato. Può però cambiare il modo in cui le generazioni successive si rapportano ai luoghi in cui quel passato si è consumato.
Ed è proprio qui che risiede una parte importante della singolarità di Cape Coast: il visitatore non contempla soltanto le rovine di una storia conclusa. Si trova davanti a uno spazio che continua a produrre nuovi significati.
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