Prima di attraversare la porta di un tempio, il pellegrino si ferma. Inclina leggermente il corpo, varca la soglia e si dirige verso il luogo della purificazione. Seguono l’acqua, l’incenso, la candela, la preghiera e l’offerta. Soltanto alla fine, una volta stabilito un legame con il luogo, può richiedere il sigillo che certifica il suo passaggio.
La sequenza sembra semplice, ma racchiude un’idea decisiva: pellegrinare non significa soltanto spostarsi. Significa anche imparare a entrare, a sostare e ad andarsene.
In Giappone, questa forma di viaggio viene spesso indicata con il termine junrei. Nel suo significato religioso classico, la parola designa un pellegrinaggio attraverso una successione di templi, santuari o luoghi sacri. A differenza degli itinerari lineari che conducono verso un’unica destinazione, molti pellegrinaggi giapponesi assumono la forma di un circuito o di una rete. Ogni tappa è importante in sé, ma anche per la sua relazione con quelle precedenti e successive.
Il viaggiatore non si limita a raggiungere una meta finale. Ripete gesti, attraversa paesaggi e impara a modificare il proprio comportamento. È questa ripetizione a trasformare la geografia in disciplina.
Un pellegrinaggio dai molti centri
Non esiste un unico junrei giapponese. Il termine comprende un insieme di pratiche di mobilità religiosa che collegano templi, santuari, montagne e comunità di accoglienza.
L’esempio più conosciuto è l’henro di Shikoku, un circuito di 88 templi associato a Kūkai, chiamato anche Kōbō Daishi, una delle grandi figure del buddhismo giapponese. Il percorso completo circonda l’isola e può superare i 1.200 chilometri. Il suo motto più celebre è dōgyō ninin, “due che camminano insieme”: il pellegrino avanza simbolicamente accompagnato dal maestro.
Il Kumano Kōdō risponde a una logica diversa. Non è un unico sentiero, ma una rete di antichi cammini che attraversano i monti Kii e conducono ai grandi santuari di Kumano. Per secoli, lo sforzo fisico richiesto dal camminare attraverso boschi, passi montani e villaggi è stato interpretato come parte di un processo di purificazione e rinnovamento.
Il Saigoku Sanjūsansho, invece, collega 33 templi dedicati a Kannon, figura associata alla compassione. È considerato il più antico pellegrinaggio giapponese dedicato a Kannon e ha dato origine a numerose riproduzioni regionali, destinate a coloro che non potevano percorrere l’itinerario originale.
Queste differenze sono importanti. Non ogni junrei è un henro, né tutte le vie possiedono la stessa organizzazione. Shikoku insiste sul legame con Kōbō Daishi; Kumano integra con particolare intensità il paesaggio e la purificazione; Saigoku struttura il viaggio intorno a Kannon e ai 33 templi. Tutti, però, condividono un’idea: il luogo sacro non è isolato, ma fa parte di una sequenza che trasforma il viaggiatore attraverso la ripetizione.
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Le regole che non sembrano regole
Le norme tradizionali del junrei non nacquero come un regolamento turistico né come un codice giuridico uniforme. Ebbero origine da una combinazione di ritualità, cortesia, disciplina del corpo e convivenza con le comunità locali. Per questo motivo, più che divieti, costituiscono una pedagogia.
A Shikoku, l’ordine tradizionale della visita comincia con un inchino davanti alla porta del tempio. Successivamente, il pellegrino si purifica al bacino delle abluzioni, suona la campana — quando consentito — prima del culto, offre una candela, dell’incenso e una piccola elemosina, quindi recita i sutra nell’edificio principale e nel padiglione dedicato a Kōbō Daishi. Soltanto allora richiede il nōkyō, il sigillo calligrafico che attesta la visita.
L’associazione degli 88 templi sottolinea che questo sigillo non è un semplice ricordo turistico. Tradizionalmente rappresenta una relazione devozionale stabilita attraverso la preghiera o l’offerta di un sutra. Nel Saigoku, il goshuin svolge una funzione simile e non dovrebbe essere ridotto a una raccolta di timbri visivamente attraenti.
Questa distinzione è particolarmente rilevante oggi, quando i sigilli dei templi sono diventati oggetti molto popolari tra visitatori e collezionisti. La norma tradizionale ricorda che la prova del viaggio non può sostituire l’esperienza. Fotografare, timbrare o registrare una visita non equivale ad aver prestato attenzione.
Anche l’abbigliamento possiede un significato analogo. A Shikoku, il pellegrino tradizionale veste di bianco, indossa una stola, porta un cappello di giunco, un rosario e un bastone. Il bianco rappresenta la purezza, ma in passato poteva anche richiamare il sudario: chi intraprendeva il lungo circuito doveva accettare la possibilità di non fare ritorno.
Il bastone, o kongōzue, non è un semplice sostegno. Simboleggia lo stesso Kōbō Daishi e deve essere trattato con rispetto. L’antica consuetudine di non appoggiarlo sui ponti ricorda una leggenda secondo la quale il maestro trascorse una notte sotto uno di essi. L’oggetto insegna, dunque, che il cammino non è un’impresa completamente individuale.
Un’etica, più che una coreografia
Sarebbe un errore ridurre il junrei alla corretta esecuzione di una serie di gesti. Le norme esteriori hanno significato perché esprimono un atteggiamento interiore.
L’inchino insegna a non entrare con indifferenza. La purificazione antepone la disposizione interiore alla richiesta. Il silenzio impedisce che la propria presenza domini il luogo. L’offerta ricorda che non tutto consiste nel ricevere. La pulizia mostra che il pellegrino è responsabile di ciò che lascia dietro di sé.
A Shikoku, i cosiddetti Dieci Buoni Precetti vengono ancora proposti come guida morale. Comprendono il non uccidere, il non rubare, il non mentire, l’evitare un linguaggio dannoso, il controllare l’avidità e il non lasciarsi dominare dall’ira. Non funzionano come un sistema di controllo, ma come una misura della trasformazione personale.
Il cammino mette continuamente alla prova questa etica. La stanchezza, la pioggia, i ritardi e la convivenza possono trasformare il pellegrinaggio in un esercizio di irritazione. La disciplina consiste nell’osservare il modo in cui si reagisce a queste difficoltà.
Servirebbe a poco percorrere centinaia di chilometri se il pellegrino finisse per trattare con impazienza chi lo assiste, abbandonare rifiuti o bloccare il passaggio per scattare una fotografia. La vera misura del viaggio non risiede nella distanza, ma nel comportamento.
Ricevere senza pretendere: il significato dell’osettai
Una delle tradizioni più particolari di Shikoku è l’osettai, l’aiuto offerto spontaneamente al pellegrino. Può consistere in cibo, bevande, ospitalità, indicazioni o un piccolo dono.
Non si tratta di una mancia né di un servizio acquistato. Non è neppure qualcosa che il viandante possa pretendere. L’aiuto nasce dalla comunità e deve essere ricevuto con gratitudine.
L’osettai crea una relazione che supera lo scambio economico. Chi offre partecipa simbolicamente al pellegrinaggio; chi riceve deve farlo senza appropriarsi della generosità altrui. Ringraziare, non abusare e non confrontare i doni fanno parte dell’etica del cammino.
Questa tradizione conserva una lezione di grande attualità. Il pellegrino contemporaneo dipende da una rete di persone che mantengono i sentieri, gestiscono gli alloggi, puliscono i templi e aggiornano la segnaletica. L’immagine romantica del viaggiatore completamente autosufficiente nasconde questo lavoro collettivo.
Il motto “due che camminano insieme” può essere interpretato anche in questo senso: nessuno cammina davvero da solo, neppure quando percorre la strada in solitudine.
Come vivere oggi norme antiche
La continuità del junrei non dipende dalla riproduzione esatta dell’aspetto del passato. Oggi i percorsi ammettono forme di partecipazione molto diverse.
Non è obbligatorio indossare l’abbigliamento tradizionale completo. Molti pellegrini utilizzano capi tecnici e aggiungono soltanto un gilet bianco, una stola o il bastone. L’importante è evitare che questi elementi si trasformino in un travestimento. Indossarli significa accettare il comportamento che a essi è associato.
Non è neppure necessario compiere l’intero itinerario a piedi. Shikoku può essere percorso camminando, in bicicletta, in automobile o in autobus. Il Saigoku si appoggia spesso alla rete ferroviaria, ed esistono circuiti urbani che combinano la visita ai templi con il trasporto pubblico. Camminare conserva uno speciale valore simbolico, ma l’uso di mezzi moderni non elimina automaticamente l’esperienza.
La questione centrale è l’attenzione. Un veicolo permette di arrivare più rapidamente, ma può trasformare il viaggio in una successione accelerata di parcheggi e sigilli. La sfida consiste nell’impedire che la velocità cancelli la capacità di fermarsi.
Neppure chi non conosce i sutra è escluso. Può inchinarsi, mantenere il silenzio o formulare un’intenzione personale. Non è necessario simulare una fede che non si possiede. È però necessario riconoscere che il tempio ha un significato anteriore all’arrivo del visitatore.
Anche la tecnologia può essere integrata con naturalezza. Le mappe digitali, le prenotazioni e gli avvisi sulle chiusure facilitano il pellegrinaggio. A Kumano, i servizi ufficiali offrono il trasporto dei bagagli, profili di difficoltà e aggiornamenti su frane e smottamenti. Questi strumenti non contraddicono la tradizione: permettono di attraversare il paesaggio con maggiore sicurezza.
Il problema inizia quando il cellulare diventa il protagonista dell’esperienza. Se ogni tempio diventa una fotografia e ogni tappa un dato di rendimento, lo strumento finisce per imporre la propria logica al cammino.
Nuove regole per un’antica cortesia
pellegrinaggi contemporanei sono sottoposti a norme che i primi viandanti non avrebbero mai immaginato. Esistono orari per ricevere i sigilli, prenotazioni obbligatorie, restrizioni sul campeggio, divieti di accendere fuochi e chiusure temporanee dovute a tifoni o frane.
A Kumano, il riconoscimento come Patrimonio dell’Umanità ha rafforzato la protezione del paesaggio. In determinati tratti non è consentito campeggiare liberamente, abbandonare rifiuti, uscire dal percorso o danneggiare la flora e la fauna. A Shikoku, le associazioni pubblicano deviazioni dovute a lavori o piogge. Nel Saigoku, i cambiamenti nei trasporti o gli orari di ciascun tempio condizionano la pianificazione.
Queste regole possono sembrare puramente amministrative, ma prolungano un antico dovere: non trasformare il proprio pellegrinaggio in un problema per gli altri.
Prenotare l’alloggio evita di presentarsi senza preavviso in comunità dalle risorse limitate. Rispettare una deviazione protegge sia il camminatore sia le squadre di manutenzione. Portare via i propri rifiuti esprime la stessa modestia dell’inchino davanti alla porta.
La regolamentazione moderna ha cambiato il linguaggio della norma, ma non necessariamente il suo spirito. Ciò che in passato veniva espresso attraverso rituali e consuetudini compare oggi anche nelle mappe, nelle ordinanze e nei protocolli di sicurezza.
Pellegrinare senza essere buddhisti
Il junrei contemporaneo accoglie motivazioni molto diverse. Alcuni camminano per ricordare una persona scomparsa, pregare per la salute, affrontare una crisi, conoscere il patrimonio culturale o allontanarsi temporaneamente dalla routine quotidiana.
Non tutti i pellegrini si considerano credenti. Alcune persone iniziano il cammino per interesse culturale o sportivo e scoprono in seguito un’esperienza più profonda. Altre mantengono uno sguardo laico per tutto il percorso. La differenza decisiva non risiede nell’etichetta di “pellegrino” o “turista”. Risiede nel modo di comportarsi.
Un visitatore privo di fede può agire con grande rispetto. Un pellegrino dichiarato può ridurre il percorso a una competizione. L’autenticità dipende meno dall’affermazione di un’identità che dalla capacità di ascoltare, apprendere i gesti fondamentali e accettare che il luogo non esista per soddisfare il viaggiatore.
Imparare a non passare oltre
Il junrei è sopravvissuto perché le sue forme possono cambiare senza che il suo nucleo scompaia. L’abbigliamento può semplificarsi, la mappa può trasferirsi sul telefono e il treno può sostituire alcuni giorni di cammino. Ciò che non dovrebbe andare perduto è la disciplina dell’attenzione.
Pellegrinare in Giappone significa entrare senza imporsi, ricevere senza pretendere, camminare senza lasciare un peso agli altri e comprendere che il sigillo non vale più dell’incontro.
In definitiva, l’insegnamento più profondo del junrei non appartiene esclusivamente al buddhismo né al Giappone. Parla di un modo di stare nel mondo: fermarsi davanti a ciò che gli altri considerano sacro, ringraziare per l’aiuto ricevuto e riconoscere che nessun cammino ci appartiene completamente.
Il pellegrino contemporaneo non ha bisogno di imitare esattamente coloro che percorsero queste vie secoli fa. Deve imparare, come loro, a non attraversare i luoghi, le persone e il paesaggio come se nulla di tutto questo avesse significato.
New Confucianism and the pilgrim self: Walking as moral cultivation

