La differenza tra un pellegrino che arriva a destinazione radiante e uno che arriva distrutto, spesso, non sta solo nella distanza percorsa. Sta in quello che ha fatto ogni sera prima di andare a dormire.
C’è una scena che si ripete ogni sera in qualsiasi albergo lungo ogni Cammino, e che ha qualcosa di stranamente commovente nella sua ordinarietà. I pellegrini arrivano — con le espressioni che vanno dal soddisfatto allo sfiancato, a volte nello stesso viso — si siedono sul bordo del letto nel camerone condiviso, si tolgono le scarpe con quella smorfia particolare che solo chi ha camminato a lungo con le scarpe non del tutto rodatissime capisce fino in fondo.
Poi, con una sistematicità che nei primi giorni sembra ancora meccanica e nelle ultime settimane è diventata quasi rituale, iniziano. I piedi su, le calze da lavare nel lavandino, l’ispezione accurata dei punti critici, la vaselina dove serve, il massaggio ai polpacci con le mani o con una pallina portata apposta, gli stiramenti al polso del doorframe, la preparazione silenziosa dello zaino per la mattina dopo. Tutto questo, nelle ultime ore di un giorno già fisicamente impegnativo, con la luce che si abbassa e qualcuno che russa già nel letto accanto.
Questi piccoli gesti — invisibili, ripetitivi, privi di qualsiasi appeal fotografico — sono, in realtà, la struttura portante di qualsiasi cammino lungo. Senza di loro, il corpo comincia a cedere non in modo improvviso e drammatico ma in modo insidioso, progressivo, quasi invisibile finché non è troppo tardi: una vescica ignorata per troppi giorni diventa un’infezione. Un dolore al tendine d’Achille minimizzato diventa una tendinite che obbliga a fermarsi per tre giorni. Una spalla mantenuta storta per settimane di zaino caricato male diventa un dolore alla schiena che si porta a casa come souvenir indesiderato. Il cammino non ha pietà per le grandi negligenze, ma soprattutto non ha pietà per quelle piccole, ripetute, accumulate.
Entrenar los pies en casa: La clave para caminar largas distancias sin dolor
Il tema dello zaino è il più importante di tutti e il più sottovalutato. Che lo zaino debba essere leggero è diventato quasi un mantra del pellegrino contemporaneo, ripetuto ai neofiti con l’aria di chi ha appena enunciato un principio cosmico. Ma il peso è solo metà del problema, forse meno di metà. L’altra metà — quella che raramente viene spiegata nelle guide pratiche — è la distribuzione del peso all’interno. Le regole sono semplici e ignoratissime: le cose più pesanti devono stare a contatto con la schiena, nella parte alta dello zaino, il più vicino possibile al centro di gravità del corpo. Le cose leggere possono stare nelle tasche esterne e in basso. Uno zaino di dieci chili caricato correttamente si porta in modo significativamente diverso — con meno sforzo, meno compensazione muscolare, meno tensione vertebrale — di uno zaino di otto chili caricato alla rinfusa. Moltiplicate la differenza per trenta giorni e quarantamila passi quotidiani, e capite perché la tendinite di qualcuno inizia sempre allo stesso punto.
Le vesciche sono la causa più frequente di abbandono del cammino, e anche quella più evitabile. La logica della prevenzione è semplice: le vesciche si formano per attrito tra la pelle e il tessuto del calzino o la tomaia della scarpa, in presenza di umidità. Si prevengono — efficacemente — con tre azioni che nessuno fa perché sembrano eccessive finché non serve. La prima: cambiare i calzini a metà giornata, indossando quelli asciutti. La seconda: applicare vaselina o crema protettiva sui punti di maggior attrito — talloni, alluci, mignoli — prima di infilare le scarpe la mattina, non quando il dolore è già iniziato. La terza: asciugare con cura i piedi ogni sera e ispezionarli sistematicamente, perché una piccola arrossatura trattata subito è una vescica che non diventa mai.
No more blisters: Caring for your feet before and after a pilgrimage
Ma i micro-gesti di cura che rendono sostenibile un cammino lungo sono sia fisici che mentali, e meritano la stessa attenzione. Il rito del taccuino la sera — anche solo tre righe scritte di fretta prima che le palpebre cedano — serve a fissare l’esperienza nella memoria prima che il sonno la sfumi. Il momento del caffè mattutino a cui si arriva dieci minuti prima degli altri, seduti fuori dall’albergue nel freddo dell’alba, a guardare la luce che cambia lentamente sul campanile o sulle colline, senza telefono, senza musica, senza nessuno a parlare: quello non è tempo perso. È tempo investito nella propria capacità di stare presenti per le ore che seguono. La decisione deliberata di non controllare il telefono per le prime due ore di cammino — che sulla carta sembra una rinuncia minima e in pratica cambia completamente la qualità dell’attenzione nelle ore cruciali della mattina — è un micro-gesto di igiene mentale che costa zero e rende molto.
I pellegrini giapponesi del cammino Shikoku — il percorso di 1.200 chilometri che tocca 88 templi buddisti sull’isola, completabile in circa sessanta giorni a piedi — hanno un termine per l’approccio che descrive questo modo di relazionarsi con ogni azione del cammino: *shokunin kishitsu*, che si potrebbe tradurre approssimativamente come “spirito artigianale”. È l’atteggiamento di chi porta attenzione e cura anche ai gesti più piccoli e ripetitivi, non perché il risultato finale lo richieda esplicitamente ma perché ogni gesto merita di essere fatto bene, in sé stesso, indipendentemente da chi lo veda o da quanto sembri importante. Fare bene le cose piccole come se fossero grandi. Sul cammino, si capisce che non esiste una cosa piccola. Ogni gesto si accumula nel corpo e nella mente come i chilometri si accumulano nel taccuino: uno alla volta, invisibilmente, fino a produrre qualcosa che nessuno dei singoli passi faceva sospettare.
Chi arriva a destinazione in piedi — nel senso fisico ma anche in quello più ampio — è quasi sempre chi ha imparato, nel corso delle settimane, a prestare attenzione a quello che sembrava non contare.
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Riferimenti
• Knapik, J. et al. (1996). Soldier performance and strenuous road marching: Influence of load mass and load distribution. Military Medicine, 162(1).
• Csikszentmihalyi, M. (1990). Flow: The Psychology of Optimal Experience. Harper & Row.

