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Diarrea in cammino: cosa fare quando lo stomaco si ribella

La diarrea del viaggiatore è una componente strutturale di qualunque cammino Elena Shishkina - Shutterstock
La diarrea del viaggiatore è una componente strutturale di qualunque cammino Elena Shishkina - Shutterstock

Questo articolo ha uno scopo informativo e divulgativo. Non sostituisce una valutazione medica. 

Nell’estate del 2008, un gruppo di ricercatori spagnoli seguì centinaia di pellegrini lungo il Camino Francés per capire un fenomeno che ogni ostello sull’itinerario conosce bene ma raramente nomina ad alta voce. Il risultato, pubblicato sulla rivista spagnola Gaceta Sanitaria, documentò un’incidenza significativa di gastroenterite acuta tra chi percorreva la via quell’estate, con fattori di rischio legati all’acqua, all’igiene delle strutture e alla convivenza ravvicinata tipica degli albergues (Giménez Duran et al., Gaceta Sanitaria, 2010).

E’ un dettaglio importante: significa che la diarrea del viaggiatore è una componente strutturale di qualunque cammino di lunga distanza, tanto quanto le vesciche o il mal di schiena.

Perché capita, soprattutto in cammino

Le cause più comuni, secondo l’edizione 2026 dello Yellow Book dei Centers for Disease Control and Prevention statunitensi, sono legate al cibo e all’acqua contaminati da batteri, in primis Escherichia coli, seguiti da virus e, più raramente, parassiti (CDC Yellow Book, “Travelers’ Diarrhea”). In un contesto di cammino, il rischio si moltiplica: fontane pubbliche di cui non si conosce la manutenzione, cibo condiviso negli ostelli, mani che toccano corrimano, bastoncini da trekking e rubinetti comuni per ore prima di sedersi a tavola. La fatica fisica, inoltre, abbassa le difese dell’organismo, rendendolo più ricettivo agli agenti patogeni.

I sintomi tipici includono scariche frequenti e liquide, crampi addominali, nausea, a volte febbre lieve e stanchezza marcata (Harvard Health Publishing, “Traveler’s Diarrhea”). Nella maggior parte dei casi la crisi si risolve da sola entro tre o cinque giorni, ma il vero pericolo per chi cammina non è la diarrea in sé: è la disidratazione che ne consegue, aggravata dal caldo e dallo sforzo fisico quotidiano.

Cosa fare, passo dopo passo

Il primo gesto, quello che fa davvero la differenza, è idratarsi in modo mirato. L’acqua da sola non basta, perché con le scariche si perdono anche sali minerali essenziali. La soluzione raccomandata a livello internazionale è la reidratazione orale, una miscela di acqua, zuccheri e sali che replica la formula storica sviluppata da OMS e UNICEF, capace di ridurre in modo drastico le complicazioni da disidratazione (Healthline, “Oral Rehydration Solution”). In una farmacia lungo il percorso si trovano bustine pronte all’uso; in mancanza di queste, una soluzione fatta in casa con acqua, un pizzico di sale e un cucchiaio di zucchero può offrire un sollievo temporaneo, sempre da integrare non appena possibile con prodotti farmaceutici specifici.

Alcune indicazioni pratiche, utili a chi si trova su un sentiero lontano da un ambulatorio:

  • Fermati, non insistere sulla tappa. Camminare con lo stomaco in subbuglio sotto il sole aggrava rapidamente la disidratazione.
  • Bevi spesso, in piccole quantità, meglio se con soluzione reidratante o acqua con un pizzico di sale e zucchero.
  • Scegli cibi semplici e facilmente digeribili quando torna l’appetito: riso, pane tostato, banane, patate lesse. Evita latticini, cibi grassi e caffè finché i sintomi non migliorano.
  • Evita l’alcol, che peggiora la disidratazione e irrita ulteriormente l’intestino.
  • Lavati le mani con frequenza, soprattutto prima dei pasti: è il gesto più semplice ed efficace per interrompere la catena di contagio in un albergue condiviso da decine di persone.

Quando la prudenza diventa urgenza

Non tutti gli episodi si risolvono da soli. Secondo le linee guida cliniche internazionali, è il momento di cercare assistenza medica quando compaiono sangue o muco nelle feci, febbre alta persistente, dolore addominale severo, oppure quando i sintomi non migliorano dopo alcuni giorni (Leung et al., “Travelers’ Diarrhea: A Clinical Review”, PMC). Nei centri lungo le principali vie di pellegrinaggio, dal Camino Francés alla Via Francigena, la maggior parte dei paesi attraversati dispone di farmacie e ambulatori di base capaci di gestire questi casi in poche ore: interrompere il cammino per un giorno non è una sconfitta, è una forma di intelligenza del corpo.

 

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A tavola lungo il cammino: piccoli gesti che riducono il rischio

Buona parte della prevenzione si gioca a tavola, non in farmacia. Il “menù del pellegrino”, diffuso lungo il Camino de Santiago e servito spesso in grandi quantità a prezzo fisso, comporta una variabile che raramente si considera: piatti preparati per decine di persone, tenuti in caldo per ore, in cucine che gestiscono un volume di coperti ben superiore a quello abituale. Non è una ragione per rinunciare a questa tradizione conviviale, che resta una delle esperienze più autentiche del cammino, ma alcuni accorgimenti riducono il rischio senza rinunciare al piatto: preferisci cibi serviti ancora caldi rispetto a preparazioni fredde lasciate a lungo in vetrina, scegli frutta che puoi sbucciare tu stesso piuttosto che già tagliata, e presta attenzione all’acqua delle fontane non certificate come potabili, spesso segnalate con un semplice cartello lungo il percorso.

Anche l’igiene delle mani, banale quanto trascurata, resta secondo le fonti mediche internazionali una delle misure più efficaci contro la trasmissione dei patogeni intestinali in contesti di convivenza ravvicinata come gli albergues, dove decine di persone condividono cucine, bagni e corrimano per settimane (CDC Yellow Book). Portare con sé un piccolo gel disinfettante, da usare prima dei pasti quando l’acqua e il sapone non sono immediatamente disponibili, è un’abitudine minima che riduce sensibilmente l’esposizione.

Un problema antico quanto la strada stessa

Gli ospedali medievali sorti lungo le vie di pellegrinaggio, dalle Fiandre a Compostela gestivano anche le epidemie intestinali che si diffondevano tra viaggiatori stremati, costretti a bere da fonti incerte e a dormire ammassati in dormitori comuni. La distinzione tra ospedale, ostello e lazzaretto era spesso sfumata proprio perché il contagio intestinale viaggiava insieme ai pellegrini quanto le reliquie che questi andavano a venerare. Oggi la logistica è cambiata, l’acqua corrente e i controlli igienici hanno ridotto drasticamente i rischi, ma il principio resta identico: chi cammina in gruppo, condivide fontane e dormitori, accetta anche di condividere i microbi. Saperlo in anticipo, e sapere come reagire, trasforma un imprevisto spiacevole in una parentesi gestibile, non nella fine del cammino.

Fonti citate in questo articolo

 

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