Una donna asiatica cammina da sola nel nord della Spagna. Porta uno zaino, avanza con un ritmo che non è dettato da alcun orario e impara a misurare il tempo in modo diverso: dalla distanza che la separa dal paese successivo, dalla stanchezza delle gambe, da una conversazione inattesa con uno sconosciuto. Questa scena, apparentemente ordinaria, si svolge tra il 2004 e il 2005 lungo il Cammino Francese.
Quella donna è Kim Nam Hee, scrittrice sudcoreana praticamente sconosciuta al di fuori del suo Paese. Non arrivò sul Cammino di Santiago come rappresentante di un ente turistico né come esperta di storia europea. Arrivò come pellegrina. Nel 2006 raccontò la sua esperienza nel volume Il viaggio di una donna sola, parte di una raccolta di diari di viaggio.
Quello che accadde da quel momento in poi fu sorprendente.
I numeri aiutano a comprenderne la portata. Nel 2004, l’Ufficio del Pellegrino registrò appena 18 pellegrini provenienti dalla Corea del Sud. Quindici anni dopo, nel 2019, erano diventati 8.224. Secondo fonti internazionali, il libro vendette oltre 50.000 copie e, almeno finora, non è mai stato tradotto in altre lingue.
Un catalizzatore
Questo straordinario aumento non può essere attribuito meccanicamente a un solo libro. Sarebbe riduttivo considerare Kim Nam Hee l’unica responsabile di una trasformazione collettiva. Tuttavia, numerose fonti galiziane, istituzioni jacobee e testate giornalistiche concordano nel considerare il suo volume uno dei principali catalizzatori dell’interesse coreano per il Cammino, un autentico fenomeno culturale.
La vicenda presenta un aspetto quasi paradossale. Il Cammino di Santiago, una rete di itinerari medievali che attraversa la Spagna fino a Compostela, poteva sembrare molto distante dal pubblico coreano: geograficamente remoto, culturalmente diverso e legato a una tradizione religiosa poco conosciuta.
Eppure, nel giro di pochi anni, divenne un simbolo di ricerca interiore, resistenza fisica, pausa esistenziale e incontro con gli altri. Kim Nam Hee non spiega da sola questo fenomeno, ma occupa certamente un posto decisivo alle sue origini.
La chiave del suo successo fu un’altra. Non descrisse il Cammino come un elenco di monumenti né come una successione di tappe da completare. Lo raccontò come un luogo in cui qualcosa può cambiare.
In successive interviste, la scrittrice spiegò che il Cammino l’aveva resa più aperta, più coraggiosa e più generosa. Parlò anche delle storie degli altri pellegrini e di ciò che il percorso sembrava suggerirle passo dopo passo. È un linguaggio rivelatore: non quello della turista che visita una destinazione, ma quello di chi ascolta mentre cammina.
Per molti lettori coreani quella voce rappresentò una vera e propria traduzione emotiva del Cammino. L’itinerario smetteva di essere una tradizione europea difficile da interpretare e diventava qualcosa di familiare: un viaggio in solitudine, una prova fisica, una sospensione della vita quotidiana. Un’esperienza capace di entrare in sintonia con la sensibilità e i valori della cultura coreana.
Dal libro all’immaginario collettivo
La popolarità del Cammino non rimase confinata al mondo editoriale.
Nel 2013 Kim Nam Hee partecipò a un programma televisivo coreano dedicato all’esperienza di alcuni pellegrini. Successivamente arrivarono altri format televisivi e programmi di intrattenimento, tra cui Shall We Walk Together, trasmesso da JTBC nel 2018 e interpretato dal celebre gruppo musicale g.o.d.. Il Cammino di Santiago divenne così uno scenario riconoscibile anche nella cultura popolare coreana.
Non significa che tutti questi programmi dipendessero direttamente dal libro di Kim Nam Hee. Piuttosto dimostrano che il Cammino aveva ormai conquistato un posto stabile nell’immaginario collettivo del Paese. Quella che era nata come una narrazione intima poteva trasformarsi in un reality, in un programma televisivo, in contenuto digitale, in argomento universitario e persino in un nuovo desiderio di viaggio.
Il fenomeno ha lasciato tracce anche all’interno della Corea del Sud. Alcuni percorsi escursionistici nazionali vengono oggi presentati come equivalenti, o versioni coreane, del Cammino di Santiago. Il Jeju Olle Trail è spesso paragonato al percorso spagnolo, mentre il Dongseo Trail è stato talvolta promosso con una retorica simile.
Questo confronto rivela un aspetto significativo: dalla Galizia non si esporta soltanto una destinazione turistica, ma un’idea. L’idea che camminare per giorni possa essere un modo per conoscere un territorio e, allo stesso tempo, per ricostruire il rapporto con se stessi e con gli altri.
Negli ultimi anni anche il mercato editoriale coreano ha confermato questa evoluzione. Dopo Kim Nam Hee sono comparsi diari, guide pratiche, racconti di incontri e libri dal tono poetico dedicati al Cammino. È il segno di una maturità culturale: il Cammino non dipende più da una sola autrice né da un solo tipo di lettore. C’è chi cerca informazioni pratiche, chi desidera leggere storie di amicizia e chi trova nel pellegrinaggio un linguaggio per raccontare il lutto, l’incertezza, la fatica o la speranza.
Una società che aveva bisogno di camminare
Il terreno, del resto, era favorevole. La Corea del Sud è una società fortemente urbanizzata, altamente connessa e caratterizzata da una cultura della prestazione molto intensa. In questo contesto il Cammino offriva una diversa esperienza del tempo. Non un tempo vuoto, ma un tempo lento.
Camminare per settimane significa rinunciare, almeno temporaneamente, alla velocità della vita quotidiana, all’ossessione per l’efficienza e all’idea che ogni ora debba produrre un risultato immediatamente visibile.
Diversi studi dedicati ai pellegrini coreani hanno individuato proprio queste dimensioni: lentezza, raccoglimento, meditazione, spiritualità, amicizia e fatica fisica. Il pellegrinaggio appare come un’esperienza complessa, nella quale il corpo conta quanto la mente. I chilometri non sono una metafora: si fanno sentire nei piedi, nelle ginocchia e nella decisione di ripartire ogni mattina. Eppure quella stanchezza può assumere un significato diverso quando viene condivisa con altri pellegrini o quando diventa una misura concreta del proprio impegno.
Per questo il Cammino ha trovato in Corea una risonanza che va ben oltre il turismo. Per alcuni rappresenta un viaggio di passaggio tra diverse fasi della vita. Per altri è una pausa dopo un periodo intenso di studio o di lavoro. Per molti è semplicemente il modo per verificare che sia ancora possibile andare avanti senza sapere esattamente cosa li aspetti alla fine della giornata.
Forse è proprio per questo che l’influenza di Kim Nam Hee continua a essere così evidente. Non perché abbia spiegato tutto ciò che il Cammino significa, ma perché ha trovato il modo di renderlo vicino. Il suo racconto non prometteva una trasformazione automatica né presentava il Cammino come la soluzione a ogni problema. Mostrava piuttosto una donna che avanzava da sola, con dubbi, paura e stanchezza, fino a scoprire che anche il camminare può essere una forma di apertura.
Prima delle statistiche, dei programmi televisivi e dei sentieri coreani che aspirano a richiamare Santiago, ci fu una pellegrina che tornò a casa e mise per iscritto ciò che aveva vissuto. Migliaia di lettori coreani trovarono in quelle pagine molto più di una storia ambientata in Spagna. Trovarono la possibilità di iniziare il proprio cammino.

