Nella Porta Santa della Cattedrale di Compostela, ci sono persone che non piangono da anni e che, in quel preciso momento, non riescono a smettere. Nessuno glielo ha detto di farlo. Succede.
Nel 1909, l’antropologo francese Arnold van Gennep pubblicò uno studio su cui i ricercatori di tutto il mondo continuano a lavorare più di un secolo dopo. Il titolo era Les Rites de Passage — i riti di passaggio — e la tesi centrale era, come accade per le grandi intuizioni, insieme semplice e rivoluzionaria: tutti i momenti di trasformazione rilevanti nella vita di una persona — nascita, pubertà, matrimonio, morte, cambiamento di status sociale — sono strutturati, in tutte le culture del mondo senza eccezione, allo stesso modo. C’è una fase di separazione dal vecchio stato. C’è una fase di soglia — il limen in latino, il termine che dà origine alla parola “liminale” — uno spazio di ambiguità, di incertezza, di “non più quello che ero e non ancora quello che sarò”. E poi c’è l’aggregazione, l’ingresso nel nuovo stato. La fase di mezzo — quella scomoda, quella senza identità definita, quella senza istruzioni chiare — è, secondo van Gennep, la più importante. È lì che avviene la trasformazione reale.
Quello che van Gennep aveva osservato — e che è così rilevante per chi cammina — è che quasi tutti i rituali di passaggio di qualsiasi cultura includono un attraversamento fisico di una soglia: una porta, un arco, un ponte, un cancello, un guado. Non come elemento decorativo o come semplice accidente architettonico. Come dispositivo attivo, funzionale. Come se il corpo avesse bisogno di un segnale fisico, spaziale, nello spazio concreto, per capire davvero che qualcosa è cambiato. Che il cambiamento non è solo nella mente o nell’intenzione. È nell’attraversamento di un confine.
Questo spiega — almeno in parte — perché le architetture sacre di ogni tradizione religiosa del mondo, in ogni epoca e in ogni parte del pianeta, hanno sempre dedicato un’attenzione sproporzionata alle entrate rispetto a qualsiasi altro elemento dell’edificio. Il *torii* shinto — quell’arco di legno rosso che segna l’ingresso ai santuari giapponesi, spesso piazzato in mezzo a un bosco o sull’acqua, a volte chilometri prima dell’edificio principale — non è lì per ragioni strutturali o di orientamento. È lì per dire al corpo, prima ancora che alla mente: qui finisce lo spazio ordinario. Qui inizia qualcosa di diverso. Comportati di conseguenza. I portali romanici delle cattedrali europee medievali, con le loro sculture elaborate di santi, demoni, figure apocalittiche e scene della vita quotidiana che decorano ogni centimetro degli stipiti e delle arcate, servivano esattamente la stessa funzione: prima ancora che tu entrassi, ti dicevano già che quello era un altro tipo di spazio, che richiedeva un altro tipo di presenza.
La Porta Santa di Compostela si apre solo durante gli Anni Santi — quegli anni in cui il giorno di San Giacomo, il 25 luglio, cade di domenica. In questi anni, migliaia di pellegrini aggiungono alla loro preparazione un elemento specifico: arrivare in tempo per attraversare quella porta. Non l’entrata laterale, non il portale principale della facciata barocca. Quella porta specifica, sul lato destro della cattedrale, normalmente murata e invisibile dietro il legno, che si apre solo in questi anni rari. Il fatto che conduca alla stessa navata di qualsiasi altra entrata è del tutto irrilevante. Quello che conta è il rito dell’attraversamento, il gesto deliberato di passare per quella soglia specifica in quel momento specifico. Il confine fisico diventa confine interiore. Il corpo che passa attraverso diventa corpo che cambia.
La ricerca psicologica ha documentato qualcosa di analogo in contesti molto più ordinari. Il neuroscienziato cognitivo Gabriel Radvansky ha studiato quello che è diventato noto come “l’effetto porta”: le persone che portano oggetti attraverso una porta — anche in un ambiente virtuale — dimenticano con significativamente più frequenza cosa stavano facendo o cosa portavano rispetto a persone che si muovono della stessa distanza senza attraversare nessuna soglia. Il cervello, sembra, usa i confini spaziali come confini tra episodi: quando si attraversa una porta, il “capitolo precedente” viene archiviato e se ne apre uno nuovo. Memories e intenzioni associate al capitolo precedente diventano meno accessibili. La porta non è solo un’apertura nel muro. È un interrupt nella continuità dell’esperienza.
I ponti meritano attenzione separata. In quasi tutte le culture del mondo, “attraversare un ponte” è metafora di transizione, di passaggio da uno stato a un altro. Il ponte sul cammino — il Ponte della Regina sulla via Francigena, i ponti romanici che costellano il Camino Francés, i ponti medievali che attraversano i fiumi toscani sulla via Romea — era tradizionalmente un luogo di sosta, di offerta, di preghiera. I pellegrini medievali si fermavano sui ponti, guardavano l’acqua scorrere sotto i piedi — quel simbolo universale del tempo che passa e non torna — e qualcuno lasciava qualcosa: una moneta, un pezzo di pane, una preghiera pronunciata nell’aria. Non era superstizione. Era il riconoscimento che questo luogo — questo confine tra due rive, questo punto sospeso sopra l’acqua in movimento — aveva qualcosa da dire al viandante.
Chi ha attraversato la Cruz de Ferro, sul Cammino Francese — quel palo di ferro con una croce sulla cima piantato su un cumulo di pietre depositate da milioni di pellegrini nel corso dei secoli — sa che il gesto di posare la pietra portata da casa produce qualcosa che è impossibile spiegare razionalmente e altrettanto impossibile negare. La pietra rappresenta qualcosa che si vuole lasciare — un dolore, un rimpianto, una relazione finita, un lutto non ancora elaborato. E il gesto fisico del depositarla, del lasciarla lì e di allontanarsi senza raccoglierla, fa qualcosa che la sola intenzione mentale non fa. Il corpo ha bisogno di gesti nello spazio per chiudere i capitoli che la mente fatica a chiudere da sola.
Attraversare una soglia è dire, con il corpo prima ancora che con le parole: da qui, qualcosa è diverso. E a volte basta dettarlo al corpo perché lo diventi davvero.
Riferimenti
• van Gennep, A. (1909). Les Rites de Passage. Émile Nourry. (Ed. it.: I riti di passaggio, Bollati Boringhieri, 1981.)
• Turner, V. (1969). The Ritual Process: Structure and Anti-Structure. Aldine.

