Per i pellegrini che si avvicinano alla Sagrada Família da ovest, il primo incontro con l’opera di Josep Maria Subirachs è volutamente destabilizzante. La Facciata della Passione — realizzata tra il 1987 e il 2005 sotto la direzione appassionata dello scultore catalano — non offre nulla dell’accoglienza luminosa e rassicurante della Facciata della Natività di Gaudí. È angolare, severa, spoglia di ornamenti. È pensata per ferire.
E, come Subirachs ha sempre sostenuto, è proprio questo il suo scopo.
Un contrasto deliberato
Quando Antoni Gaudí morì nel 1926, aveva completato soltanto la Facciata della Natività e la cripta. Lasciò schizzi e modelli in gesso per la Facciata della Passione, ma quasi nessuna indicazione precisa riguardo alle sculture. Il tema era definito sul piano teologico: la sofferenza, la morte e la resurrezione di Cristo. L’aspetto delle figure, la materia della pietra, il linguaggio artistico sarebbero stati affidati a chi sarebbe venuto dopo.
Nominato nel 1987, all’età di sessantaquattro anni, Subirachs compì una scelta radicale. Invece di imitare l’esuberanza modernista di Gaudí, decise di creare un linguaggio scultoreo in totale opposizione ad essa. Se la Facciata della Natività celebra la gioia dell’Incarnazione attraverso forme morbide, brulicanti, quasi biologiche, la Facciata della Passione traduce l’agonia in una geometria rigorosa: corpi allungati, superfici spezzate, figure che sembrano scolpite dalla stessa fredda pietra calcarea della parete che le sostiene.
Le critiche furono immediate. I puristi lo accusarono di tradire la visione di Gaudí. Subirachs rimase impassibile. «Io non sono Gaudí», dichiarò. «E questa non è la Natività.»
Leggere la pietra
Per il pellegrino che si concede il tempo di leggere la facciata come un testo — e la facciata ricompensa ampiamente questa pazienza — Subirachs costruisce la Passione come un percorso narrativo a forma di S, che inizia in basso a sinistra e si sviluppa verso l’alto, fino alla Croce e oltre.
Alla base, l’Ultima Cena costituisce il fondamento del racconto. I volti degli apostoli sono deformati dallo smarrimento e dal dolore; i loro corpi sono ridotti a forme quasi cubiste. Osservando attentamente la figura di Giuda, si nota un serpente che si avvolge sopra la sua testa. Sotto la scena compare inoltre un quadrato magico di numeri: la somma di ogni riga, colonna e diagonale è 33, l’età di Cristo al momento della morte. Un richiamo alla mistica matematica che Gaudí avrebbe certamente apprezzato.
La scena del Tradimento, poco distante, rappresenta uno dei momenti psicologicamente più intensi dell’intera basilica. Giuda si avvicina a Cristo per il bacio fatale; alle loro spalle, un soldato romano con l’elmo incombe come un’ombra di pietra. La figura di Pietro che recide l’orecchio di Malco sprigiona una violenza disperata e inutile.
Salendo con lo sguardo e con i passi, la Flagellazione e l’Incoronazione di Spine conducono alla suggestiva scena di Veronica. La donna mostra il velo sul quale Subirachs — con un’audacia che ancora oggi divide i giudizi — ha impresso il proprio volto come immagine di Cristo. Atto di superbia o gesto di umiltà? Offerta artistica di sé o semplice vanità? Ogni pellegrino è chiamato a formulare la propria risposta.

La Croce e il Sepolcro Vuoto
Le grandi porte in bronzo della Facciata della Passione, anch’esse realizzate da Subirachs, costituiscono una vera e propria Scrittura scolpita nel metallo. Sulla loro superficie sono incisi i racconti evangelici della Passione, come un palinsesto che conserva tracce e memorie. Molti pellegrini sfiorano con le mani quelle lettere, seguendo parole che forse non sono in grado di leggere nel catalano o nel latino originali.
Al di sopra del portale, la composizione sale verso il Cristo crocifisso, magro, teso, quasi consumato dalla sofferenza. Il suo corpo possiede il carattere di un’astrazione spinta al limite: non completamente umano, non del tutto simbolico, sospeso in quello spazio carico di tensione che separa la carne dal significato.
Al vertice della facciata appare infine il Cristo risorto. La sua figura è così essenziale e leggera da sembrare quasi priva di peso. Dopo la densità della sofferenza rappresentata nei livelli inferiori, questa immagine si legge come una pura liberazione.
Una teologia scolpita nella pietra
Ciò che Subirachs ha donato alla Sagrada Família — e che i pellegrini percepiscono ancor prima di possedere le parole per definirlo — è l’idea che l’arte sacra non debba necessariamente essere consolatoria per essere autenticamente spirituale. La Facciata della Passione rifiuta il facile conforto. Costringe il visitatore a sostare davanti all’oscurità.
Le grandi cattedrali medievali conoscevano bene questa lezione. Nei loro timpani apparivano insieme i dannati e i salvati; gli orrori del giudizio affiancavano la speranza della misericordia. Subirachs, artista di un secolo segnato dalle atrocità industrializzate della storia contemporanea, ha cercato una sincerità altrettanto radicale.
Percorrere lentamente la Facciata della Passione, pannello dopo pannello, equivale a compiere una piccola Via Crucis di pietra e di luce.
E come accade in ogni vero pellegrinaggio, si esce trasformati dalla disponibilità ad affrontare ciò che si è stati capaci di vedere.

