Roma — Nell’ambito del XI Congresso Internazionale della Pastorale del Turismo, Mons. Giovanni Cesare Pagazzi, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, ci accoglie con quella che potrebbe sembrare una domanda inaspettata per un alto prelato vaticano: “Parliamo della casa, quel luogo in cui ciascuno di noi è cresciuto”.
Nato a Crema nel 1965 e teologo specializzato in ecclesiologia e famiglia, Pagazzi è autore di numerosi saggi, tra cui “Sentirsi a casa” e “In pace mi corico. Il sonno e la fede”. Il suo approccio alla teologia parte sempre dall’esperienza concreta, dall’antropologia prima ancora che dalla dottrina. E così, in questa conversazione sul turismo, il riposo e il senso del viaggio, comincia da dove tutto inizia: da casa.
Il Grembo e la Soglia
Perché partire dalla casa per parlare di turismo?
Perché noi non siamo mai senza un luogo. Mai. È una condizione ontologica dell’essere umano. La vita nasce in una casa molto speciale, che è il corpo di nostra madre. Il grembo materno è la nostra prima casa, e la nascita – se ci pensate bene – è il nostro primo viaggio. Un viaggio drammatico, da un ambiente liquido, caldo, protetto, verso l’aria, la luce, il freddo, l’ignoto.
E subito dopo questa prima, traumatica migrazione, veniamo accolti in una casa fisica. In quel luogo succedono cose decisive, fondamentali anche per tutta la vita a venire. Da bambini abbiamo imparato che le persone sono affidabili. Come? Ripetendo un’esperienza semplicissima: chiamavamo nostra madre e lei veniva. Chiamavamo, e lei veniva. Chiamavamo ancora, e lei tornava. Questa ripetizione ha creato in noi qualcosa di straordinario: il senso della fiducia e la capacità di aspettare.
La fiducia nasce dall’esperienza domestica
Esattamente. La casa è il laboratorio della fiducia. È lì che impariamo che non siamo abbandonati nel caos, che c’è una risposta possibile alle nostre invocazioni. E questa fiducia – badate bene – non riguarda solo le persone, ma anche le cose, il mondo, la realtà stessa. Un bambino che ha sperimentato la fiducia a casa sviluppa un orientamento fondamentale verso l’esistenza: il mondo può essere abitabile. Gli altri possono essere incontrati, non solo temuti.
Economia ed ecologia: Le regole della casa
C’è un legame tra questa esperienza domestica originaria e il modo in cui ci muoviamo nel mondo?
Assolutamente sì, e qui mi permetta una breve lezione etimologica. La parola “economia” viene dal greco oikos (casa) e nomos (legge, norma). Letteralmente significa “le norme che permettono di far funzionare la casa”. Ma potremmo anche tradurla così: “la casa è la regola”. La casa è il criterio per giudicare le nostre azioni. Se un’azione onora le promesse che la casa delle mie origini mi ha fatto – promesse di fiducia, di cura, di relazione – allora è un’azione giusta.
Allo stesso modo, “ecologia” deriva da oikos (casa) e logos (discorso, ma anche legame, relazione). L’ecologia sarebbe quindi “i legami di casa”. Un comportamento ecologico è tutto ciò che rispetta la fedeltà dei legami che io ho sperimentato nella mia casa originaria.
È un modo molto personale di leggere questi concetti, che di solito associamo all’economia politica o alla tutela ambientale.
Sì, ma proprio per questo più profondo. Noi pensiamo all’economia come a qualcosa di freddo, di tecnico, di astratto. Invece ha una radice calda, domestica, relazionale. E quando l’economia dimentica di essere “gestione della casa comune”, diventa disumana. Lo stesso vale per l’ecologia: non è solo una questione di proteggere la natura “là fuori”, ma di rispettare i legami fondamentali che ci costituiscono come esseri umani.
La promessa della casa: Il mondo come dimora
E qui entra in gioco il turismo?
Ecco, sì. La casa della nostra origine ci fa una grande promessa. Quale? Che prima o poi tutto il mondo diventa una casa. Basta guardare cosa succede a un bambino: appena nato, il suo mondo è il grembo materno. Poi, progressivamente, allarga il suo raggio: la culla, la stanza, l’appartamento, il cortile, il quartiere, la città. E questo allargamento progressivo è possibile grazie alla fiducia che è stata accesa in noi.
Quindi il turismo sarebbe un’estensione di questo movimento?
Esattamente. Io esco di casa, dalla mia patria, dal mio continente, perché credo – consciamente o inconsciamente – nella promessa della casa delle mie origini. Il turismo non esisterebbe se io non credessi che posso sentirmi a casa anche altrove. Anzi, direi di più: il compito fondamentale di un tour operator, se vogliamo dirla in termini concreti, è far sentire a casa chi è fuori casa.
È un’immagine bellissima, ma anche molto impegnativa per chi lavora nel turismo.
Non è solo un’immagine, è una responsabilità antropologica. Quando accolgo qualcuno che viene da lontano, io non sto semplicemente vendendo un servizio. Sto onorando quella promessa originaria: “Il mondo può essere una casa”. Quando invece lo tratto come un portafoglio ambulante, quando lo derubano, quando lo inganno, io sto tradendo la promessa della casa. Sto dicendo: “No, il mondo non è abitabile. Gli altri sono una minaccia, non una risorsa”.
L’interruzione delle abitudini
Lei ha detto che la casa è anche il luogo delle abitudini. Ma quando viaggiamo, le abitudini vengono necessariamente interrotte.
Sì, e questo è il punto cruciale. La casa è il regno delle abitudini, dei gesti ripetuti, dei ritmi consolidati. Quando viaggiamo, tutto questo viene sospeso. Dobbiamo mangiare a orari diversi, dormire in letti strani, orientarci in strade sconosciute. E questo crea disorientamento. È proprio per questo che un viaggio ci mette paura, anche quando lo desideriamo: è la perdita del nostro schema ordinario.
Ma questo disorientamento è necessariamente negativo?
No, tutt’altro! Le grandi ispirazioni artistiche sono sempre nate da un momento di caos, di disordine, di disorientamento. La Bibbia lo dice chiaramente: all’inizio di tutto c’era il Caos. Il Tohu vaBohu ebraico, il vuoto informe. E cosa fa Dio? Si sente a suo agio in quel caos. Non lo teme, non lo fugge. Crea proprio a partire da lì.
Quindi il caos non è l’opposto della creatività, ma la sua condizione?
Esattamente. Santa Teresa di Gesù Bambino ha commentato magnificamente questo aspetto. Una sua sorella, in monastero, stava attraversando una terribile crisi di fede. Teresa le raccontò l’episodio evangelico di Gesù che dorme sulla barca mentre il mare è in tempesta. E le disse: “Rimani nel caos. Non svegliare il Cristo, perché è proprio da lì che Dio tira fuori le cose migliori”.
È un consiglio contro-intuitivo. Di solito cerchiamo di eliminare il caos, non di abitarlo.
Certo, perché abbiamo paura. Ma il viaggio – qualsiasi viaggio – è precisamente questo: la sospensione di un’abitudine e anche la cessazione di un tempo normale. Un viaggio interrompe lo scorrere normale del tempo. E questa interruzione, se la sappiamo accogliere, può essere trasformativa.
Il sabato e il “continuamente” demoniaco
Lei sta descrivendo il viaggio in termini molto simili al riposo sabbatico.
Non è un caso. Il Sabato – Shabbat in ebraico – significa proprio “cessazione”, “interruzione”. È la creazione completata da Dio. Ma perché Dio impone a Israele il sabato? Per liberarlo dal tempo sempre uguale, dal tempo da schiavi. Uno schiavo non ha interruzioni, non ha respiro, non ha libertà. Il suo tempo è monotono, ripetitivo, alienante.
C’è un episodio biblico che illustra questo concetto?
Sì, nel capitolo 5 di Marco si racconta l’incontro di Gesù con un uomo posseduto dal demonio. È un testo impressionante, che contiene tutti i sintomi della possessione demoniaca. Ma c’è un sintomo in particolare che dovrebbe farci riflettere: “Continuamente, notte e giorno, fra i sepolcri e su per i monti, andava gridando e picchiandosi con pietre”.
Vedete quella parola? Continuamente. Non interrompe mai. Fa sempre le stesse cose. È il tempo degli schiavi, il tempo di chi è posseduto. Continuamente fare, parlare, lavorare, consumare, produrre… quando c’è questo “continuamente”, c’è qualcosa che non funziona. È un sintomo di possessione, non necessariamente demoniaca in senso letterale, ma certamente esistenziale.
Quindi il viaggio, anche il più breve, avrebbe un valore quasi “esorcistico”?
Mi piace questa espressione. Sì, il viaggio interrompe il “continuamente”. E proprio in quanto interruzione, libera. Ci permette di vedere che le cose potrebbero essere diverse, che noi potremmo essere diversi, che il mondo non è solo quello che conosciamo.
Contare i giorni, abitare il tempo
C’è un rischio, però, che anche il viaggio diventi una nuova forma di “continuamente”? Il turismo di massa, il viaggiare compulsivo…
Assolutamente sì. È il paradosso del nostro tempo: viaggiamo continuamente per sfuggire al “continuamente” del lavoro, ma finiamo per trasformare anche il viaggio in un dovere, in una prestazione, in una lista di cose da vedere e fotografare. Il turismo diventa allora l’opposto del riposo: diventa divertissement nel senso pascaliano, una distrazione che non ci distrae dal vuoto ma ce lo fa dimenticare momentaneamente.
Come si riconosce la differenza?
Dalla qualità del tempo che viviamo. Se l’esperienza di viaggio ci porta a interrompere davvero, a fermarci, a contemplare, allora è un’interruzione autentica. Accende il senso delle interruzioni e ci insegna qualcosa di fondamentale: che i nostri giorni sono contati.
C’è un salmo bellissimo che dice: “Insegnaci a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore” (Salmo 90,12). Quando capiremo che i nostri giorni sono limitati, preziosi, irripetibili, allora acquisiremo un cuore saggio, capace di stare al mondo. E forse – magari – capace di sentirci ovunque a casa.
È una prospettiva sulla morte?
È una prospettiva sulla vita. Se i miei giorni sono infiniti, non hanno valore. Se il mio tempo è sempre uguale, è vuoto. Ma quando riconosco il limite, quando accetto l’interruzione, allora ogni momento diventa prezioso. Ogni luogo diventa abitabile. Ogni incontro diventa unico.
La benedizione del presente
Quindi il turismo, inteso bene, sarebbe una scuola di presenza?
Sì, una scuola di presenza e di benedizione. La parola “benedire” viene dal latino bene-dicere, dire bene. Benedire la realtà significa riconoscerla come dono, non come possesso. Quando viaggio veramente, non vado per conquistare o consumare, ma per ricevere. Per dire “grazie” a ciò che incontro.
Questo vale per i luoghi, ma anche per le persone. Il vero viaggiatore non è il turista che accumula esperienze, ma il pellegrino che si lascia trasformare dagli incontri. Quando torno da un viaggio e sono esattamente lo stesso di prima, qualcosa non ha funzionato. Il viaggio dovrebbe cambiarmi, dovrebbe insegnarmi qualcosa su me stesso e sul mondo.
E cosa dovrebbe insegnarci?
Che siamo ospiti. Sulla terra, nella vita, nel tempo. Nessuno di noi è padrone assoluto di nulla. Siamo ospiti accolti in una casa che esisteva prima di noi e continuerà dopo di noi. E quando riconosciamo questo, paradossalmente, ci sentiamo più a casa. Perché non dobbiamo più dominare, controllare, possedere. Possiamo finalmente abitare.
Mons. Pagazzi ci saluta con un ultimo pensiero
“Sa, c’è una bellissima coincidenza. Nel linguaggio dell’ospitalità antica, la parola greca xenos significa sia ‘straniero’ che ‘ospite’. Lo straniero e l’ospite sono la stessa parola. Forse è questo il segreto del turismo e della vita: imparare a vedere ogni straniero come un ospite, e riconoscersi stranieri accolti ovunque andiamo. Solo così il mondo intero diventa casa. E solo così onoriamo la promessa che la nostra prima casa, quel grembo caldo in cui tutto è iniziato, ci ha fatto: che non saremo mai soli, che potremo sempre tornare, che c’è sempre una porta aperta.”

