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Il ritorno a casa come pratica

Il ritorno da un pellegrinaggio lungo è uno dei momenti più sottovalutati dell'intera esperienza MaxMaximovPhotography - Shutterstock
Il ritorno da un pellegrinaggio lungo è uno dei momenti più sottovalutati dell'intera esperienza MaxMaximovPhotography - Shutterstock

C’è una malinconia molto specifica che conoscono solo quelli che hanno fatto un cammino lungo. Non è tristezza per quello che è finito. È il disorientamento di tornare a essere la stessa persona nello stesso mondo quando qualcosa, chiaramente, non è più uguale.

La mattina del giorno dopo il rientro da un cammino di trenta giorni, la prima cosa che si nota è quanto sia rumorosa la vita ordinaria. Non nel senso acustico — anche se effettivamente è più rumorosa. Nel senso della densità degli stimoli, della velocità delle transizioni, della quantità di decisioni che si è chiamati a prendere prima ancora di aver finito il caffè. Cosa mettere. Cosa mangiare. Quale tragitto prendere. Quali messaggi rispondere e in quale ordine. Quale notizia leggere prima delle altre. Sul cammino, queste decisioni non esistevano. Esisteva il sentiero, il passo, la meta del giorno. Tutto il resto era secondario in modo assoluto e non negoziabile. E quella semplicità, che nelle prime settimane di cammino poteva sembrare una limitazione, nell’ultima settimana era diventata la cosa più preziosa di tutto il percorso.

Il ritorno da un pellegrinaggio lungo è uno dei momenti più sottovalutati dell’intera esperienza. Ci si prepara alla partenza per settimane: si studia l’attrezzatura, si leggono le guide, si consultano forum e blog di chi ha già fatto lo stesso percorso, si prova e riprova il carico dello zaino, si pianifica ogni tappa con cura. Quasi nessuno si prepara al ritorno. Eppure il ritorno è, in molti modi, la parte più difficile. E quella che determina in modo decisivo se quello che si è vissuto sul cammino rimane — si integra nella vita, la modifica, la arricchisce in modo duraturo — o se svanisce lentamente nelle settimane successive come un sogno molto bello al quale il mattino tolgono dettagli finché rimane solo una sensazione vaga e imprecisa.

 

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Il problema del ritorno è un problema di traduzione. Sul cammino hai imparato qualcosa — non sempre qualcosa di articolabile con le parole, spesso è più simile a una sensazione, a una postura interiore, a un modo di stare nel tempo — e adesso devi trovare il modo di far vivere quella cosa dentro una realtà che non è cambiata mentre tu eri via. Il traffico è lo stesso. Il lavoro è lo stesso. Le dinamiche relazionali sono le stesse. Le abitudini che avevi prima di partire ti aspettano pazientemente, come animali domestici fedeli: il telefono sul comodino, la serie tv la sera, la riunione del lunedì mattina che poteva essere una mail e lo sai da tre anni. Il mondo non ha aspettato che tu tornassi trasformato per riorganizzarsi di conseguenza.

Molti pellegrini descrivono i primi giorni dopo il rientro come i più strani di tutta l’esperienza. C’è una specie di ipersensibilità agli stimoli — i suoni sembrano più forti, le conversazioni più veloci, le schermate degli smartphone quasi aggressive nella loro luminosità. C’è un fastidio sottile per i ritmi della vita ordinaria che non si riesce del tutto a giustificare e che è difficile da spiegare a chi non ha fatto lo stesso percorso. E c’è quella malinconia particolare — non è esattamente tristezza, non è esattamente nostalgia — che è il segnale che qualcosa di reale è avvenuto e che il sistema non si è ancora aggiustato per contenere quel qualcosa.

 

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La chiave — quella che distingue i pellegrini che integrano davvero l’esperienza da quelli che la archiviano come un bel ricordo da tirare fuori a cena — è non aspettarsi che il ritorno avvenga da solo in modo naturale. Non funziona così. Aspettarsi che la vita ordinaria “assorba” quello che si è vissuto sul cammino, che il cambiamento si installi da sé senza nessuno sforzo deliberato, è quasi sempre una delusione. La vita ordinaria ha una forza gravitazionale enorme. Risucchia verso i vecchi schemi con una potenza che non è cattiva volontà ma semplicemente inerzia dei sistemi consolidati — neurologici, relazionali, ambientali.

Quello che funziona, secondo le testimonianze dei pellegrini che hanno attraversato questo processo più di una volta e lo hanno osservato con attenzione, è invece un approccio deliberato su due livelli. Il primo è quello della narrativa: mettere in parole — scritte o parlate, in un diario o in una conversazione con qualcuno che voglia davvero ascoltare — non gli aneddoti del percorso ma quello che è cambiato dentro, anche se è difficile da articolare, anche se la prima versione è approssimativa e imprecisa. Scrivere di un’esperienza emotivamente significativa ha effetti documentati sulla capacità di integrarla e di conservarne gli effetti nel tempo. Non perché la scrittura sia terapeutica nel senso generico del termine, ma perché il tentativo di mettere in parole qualcosa di viscerale lo porta in un dominio in cui può essere esaminato, revisitato, raffinato.

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Il secondo livello è quello pratico: identificare uno o due comportamenti concreti che portino nella vita ordinaria qualcosa del meccanismo che produceva il benessere sul cammino. Non replicare il cammino in casa — sarebbe ridicolo e impossibile. Ma capire cosa, esattamente, produceva quello stato, e trovarne un equivalente funzionale. Il silenzio mattutino dei primi chilometri prima dell’alba? Forse bastano venti minuti senza schermo prima di iniziare la giornata. Il contatto regolare con persone nuove senza agenda? Forse una forma di socialità diversa, meno strutturata. Il senso fisico di avanzare verso qualcosa? Forse camminare — anche breve, anche in città — senza auricolari, con attenzione al corpo in movimento.

La cosa più fragile, e quella che merita la più attiva tutela, è la riorganizzazione delle priorità. Quella sensazione, potente e raramente raggiunta nella vita ordinaria, che certe cose che sembravano urgenti non contano poi così tanto, e che certe cose che si trascurava contano molto di più. Questa è la prima a svanire, perché il mondo ordinario ha un’agenda propria e la impone con discrezione ma con costanza. Tenerla viva richiede un lavoro deliberato: nominarla, scriverla, condividerla con qualcuno, costruirci intorno almeno un comportamento concreto che la incarni ogni giorno.

Il cammino finisce. Quello che hai trovato, no — a condizione che tu decida attivamente di farcelo vivere.

Riferimenti

• Pennebaker, J.W. (1997). Writing about emotional experiences as a therapeutic process. Psychological Science, 8(3).

• Tilburg, M. et al. (2019). Psychological effects of long-distance pilgrimage. Frontiers in Psychology.

 

 

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