Alla fine del XIX secolo, mentre Antoni Gaudí innalzava torri impossibili a Barcellona, migliaia di bottiglie cominciavano a fermentare sottoterra nel Penedès. La Catalogna stava inventando contemporaneamente due simboli moderni: una nuova architettura e un nuovo vino.
La coincidenza non è soltanto cronologica. Il modernismo catalano e la nascita del cava appartengono allo stesso clima storico: una società industriale in espansione, una borghesia desiderosa di prestigio culturale e una Catalogna che cercava di proiettare una propria identità attraverso l’architettura, l’industria e il paesaggio.
Il rapporto tra Gaudí e il cava esiste, ma non nel modo semplice che talvolta suggeriscono certi racconti turistici. Gaudí non fu “l’architetto del cava” né progettò le grandi cantine storiche del Penedès. La realtà è più interessante. L’architetto fece parte di una rete di mecenati, industriali, tecnici e architetti che accompagnò la nascita dello spumante catalano e contribuì a conferirgli un’estetica moderna.
Due rivoluzioni simultanee
La Catalogna in cui lavorò Gaudí era un territorio in rapida trasformazione. Barcellona si espandeva industrialmente, nascevano nuove fortune borghesi e il modernismo cominciava a diventare il linguaggio visivo di una società che voleva apparire moderna senza smettere di sentirsi catalana.
Allo stesso tempo, il Penedès viveva la propria rivoluzione silenziosa. La regione era profondamente specializzata nella coltivazione della vite e sempre più connessa ai mercati europei grazie alla ferrovia e al commercio marittimo. Durante la seconda metà del XIX secolo, il vino e l’acquavite catalani conobbero una crescita straordinaria. Ma quella prosperità subì un colpo devastante con l’arrivo della fillossera, l’insetto che distrusse gran parte dei vigneti europei.

La crisi fu enorme. Molte aziende scomparvero e migliaia di famiglie ne furono colpite. Tuttavia, la successiva ricostruzione generò una trasformazione decisiva: il reimpianto dei vigneti, l’introduzione di nuove tecniche agricole e la crescente scommessa sui vini spumanti elaborati secondo il metodo tradizionale francese.
In altre parole, il cava nacque anche da una catastrofe.
Mentre Gaudí sperimentava strutture impossibili e facciate ondulate, il Penedès ricostruiva il proprio paesaggio agricolo e iniziava a definire una nuova industria vinicola. Entrambi i processi facevano parte della stessa modernizzazione catalana.
Quando lo champagne arrivò in Catalogna
Prima che esistesse il cava esisteva il fascino dello champagne. Durante il XIX secolo, le élite catalane iniziarono a consumare vini spumanti francesi importati dalla regione della Champagne. Reims ed Épernay divennero riferimenti inevitabili per imprenditori e tecnici catalani che viaggiavano in Francia alla ricerca di conoscenza e prestigio.
Il legame non era soltanto commerciale. La Catalogna possedeva anche una potente industria del sughero, soprattutto a Girona e nell’Empordà, che manteneva rapporti costanti con le grandi maison francesi. Il sughero catalano contribuiva letteralmente a chiudere le bottiglie dello champagne europeo. Poco a poco emerse una domanda inevitabile: perché non produrre qualcosa di simile in Catalogna?
La figura più associata all’origine del cava è Josep Raventós Fatjó, legato alla casa Codorníu, al quale viene generalmente attribuita la produzione delle prime bottiglie di spumante catalano con metodo tradizionale nel 1872. Ma il processo fu collettivo. Tecnici, commercianti, agronomi e imprenditori parteciparono a un lento trasferimento di conoscenze dalla Francia al Penedès.
È importante capire che il cava non nacque come una copia servile dello champagne, ma come un adattamento mediterraneo del metodo tradizionale. Le varietà locali — Macabeo, Xarel·lo e Parellada — finirono per dare allo spumante catalano una personalità propria.
Gaudí ebbe davvero un rapporto con il cava?
La ricerca storica permette di individuare almeno tre diversi livelli di relazione tra Gaudí e il mondo del cava. Il primo è diretto e piuttosto solido: il Celler Güell di Garraf, la cantina promossa da Eusebi Güell sul Mediterraneo e legata all’architetto e al suo collaboratore Francesc Berenguer.
Il secondo è più tecnico e meno conosciuto. Nel 1883 Gaudí realizzò rilievi topografici e lavori di misurazione per la tenuta Can Rossell de la Llena, a Gelida, una proprietà storicamente legata al paesaggio vitivinicolo dell’Alt Penedès.
Esiste poi un terzo livello, forse il più importante dal punto di vista storico: il cava finì per assorbire il linguaggio architettonico gaudiniano attraverso altri architetti legati al suo ambiente culturale.
Il Celler Güell: il grande tassello del puzzle
Poche opere di Gaudí risultano tanto enigmatiche quanto il Celler Güell di Garraf. La cantina appare accanto alla costa mediterranea come una costruzione ambigua: metà monastero, metà nave, metà fortezza medievale. Il tetto inclinato sembra scivolare verso il mare, mentre la pietra scura rafforza la sensazione di trovarsi davanti a un’architettura quasi difensiva.

L’attribuzione esatta continua a essere oggetto di dibattito storiografico. Oggi si tende ad accettare una partecipazione congiunta di Antoni Gaudí e Francesc Berenguer, stretto collaboratore dell’architetto. Ma al di là della questione documentaria, l’edificio è importante perché collega dimensioni molto diverse dell’universo modernista.
Il Celler Güell non era una fantasia decorativa. Era un’infrastruttura legata ai reali interessi agricoli e vinicoli di Eusebi Güell, il grande mecenate di Gaudí. Questo modifica l’immagine tradizionale del personaggio. Güell non fu soltanto un industriale urbano circondato da artisti; partecipava anche a imprese agricole e progetti legati al vino nel Garraf.
La cantina mostra inoltre qualcosa di essenziale del modernismo catalano: la capacità di trasformare edifici funzionali in dichiarazioni culturali. Persino un’infrastruttura vinicola poteva diventare paesaggio estetico.
Il Penedès che Gaudí conobbe
Esiste un altro episodio molto meno noto, ma rivelatore: Can Rossell de la Llena. Nel 1883 Gaudí elaborò due rilievi topografici per questa proprietà situata tra Gelida e Subirats, nel pieno dell’Alt Penedès. La documentazione conservata dimostra un intervento tecnico diretto dell’architetto su una tenuta storicamente legata alla viticoltura.
L’episodio può sembrare minore rispetto alla monumentalità della Sagrada Família o del Park Güell, ma proprio per questo è affascinante. Mostra un Gaudí quotidiano, professionale, quasi invisibile.
Qui non compare il creatore di forme organiche né l’architetto visionario. Compare un uomo che lavora su terreni, confini e misurazioni agricole. Eppure, anche questo dettaglio aiuta a comprendere meglio il suo rapporto con il territorio catalano. Gaudí non si muoveva soltanto tra templi e palazzi urbani; conosceva anche il paesaggio rurale del Penedès, le sue proprietà e le sue trasformazioni economiche.
Il cava adotta il linguaggio gaudiniano
Qui si trova probabilmente il legame storico più importante tra Gaudí e il cava. Le grandi architetture dello spumante catalano non furono progettate direttamente da lui, ma incorporarono elementi dell’immaginario gaudiniano e del modernismo catalano.
Il caso centrale è Codorníu. L’ampliamento modernista delle cantine venne affidato a Josep Puig i Cadafalch, uno dei grandi nomi dell’architettura catalana. Tuttavia, archivi e studi storici mostrano la presenza di soluzioni strutturali vicine all’universo gaudiniano, incluso l’uso dell’arco parabolico.

Successivamente, il legame si intensificò attraverso architetti direttamente collegati a Gaudí. Joan Rubió i Bellver, suo discepolo e collaboratore, progettò le cantine Raimat per Manuel Raventós. Qui compaiono archi parabolici, strutture monumentali e una chiara influenza del linguaggio gaudiniano adattato all’architettura industriale.
Anche Lluís Bonet i Garí, altro architetto vicino all’ambiente di Gaudí, partecipò più tardi a riforme e ampliamenti legati all’universo Codorníu.
Il risultato è molto significativo: il cava industriale finì per costruire parte della propria identità visiva attraverso il modernismo e il gaudinismo architettonico. Non fu Gaudí direttamente a dare forma estetica al cava, ma il suo ecosistema culturale.
Architettura, prestigio e vino
Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, le cantine smisero di essere semplici spazi di produzione agricola. Cominciarono a funzionare come simboli di prestigio economico e culturale.
Le grandi maison del cava compresero molto presto che non bastava produrre vino spumante; occorreva costruire anche un racconto visivo. Le cantine moderniste funzionavano come cattedrali industriali in cui tecnica, bellezza e potere economico apparivano uniti.
Il modernismo offriva esattamente questo: un’estetica capace di esprimere ricchezza, modernità e identità catalana allo stesso tempo. La stessa architettura contribuì a trasformare il cava in qualcosa di più di una bevanda festiva. Lo rese un simbolo culturale.
Non è casuale che molte delle grandi cantine storiche del Penedès continuino ancora oggi a essere visitate tanto per il loro valore architettonico quanto per i loro vini. In esse, edificio e prodotto fanno parte dello stesso racconto.
Il cava come identità catalana
Con il passare del tempo, il cava smise di essere soltanto uno spumante associato alle celebrazioni e alle esportazioni di massa. Il settore iniziò a ridefinirsi attorno a concetti come origine, territorio, ecologia e lunghi affinamenti.
Sant Sadurní d’Anoia continua a essere il grande cuore simbolico di questa storia. Qui nacque gran parte dell’industria e ancora oggi si concentra una parte fondamentale dell’immaginario del cava catalano.
Ma il racconto contemporaneo è più complesso. Il cava vive oggi intensi dibattiti su qualità, denominazione d’origine, viticoltura biologica e prestigio internazionale. Progetti come Corpinnat o Clàssic Penedès mostrano fino a che punto il settore cerchi di differenziarsi e rafforzare la propria identità territoriale.
In un certo senso, questa evoluzione ricorda qualcosa del destino dello stesso Gaudí. Per decenni la sua architettura fu vista soprattutto come un’eccentricità decorativa. Oggi viene interpretata anche come una riflessione profonda sul territorio, sulla natura e sulla cultura.
Quando Gaudí morì nel 1926, il cava catalano era ancora un’industria giovane. Ma entrambi — l’architetto e lo spumante — condividevano già qualcosa di essenziale: avevano trasformato un’identità locale in un modo riconoscibile di guardare il mondo.

