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Rovine dei templi di Ggantija (3600-3000 a.C.), il complesso megalitico fu eretto in tre fasi dalla comunità di agricoltori e pastori che abitavano la piccola isola di Gozo Angelo Giampiccolo - Shutterstock

Ġgantija: Dove gli esseri umani iniziarono a parlare con gli dèi

Sull’isola di Gozo, il vento soffia con la calma ostinata dell’eterno. Dall’altopiano di Xagħra si domina il mare, e man mano che si sale, le case si fanno piccole e le pietre sempre più grandi. Lì, in mezzo a quel paesaggio roccioso e soleggiato, si erge Ġgantija: un complesso di templi megalitici che già esistevano più di mille anni prima della costruzione delle piramidi d’Egitto.

Il nome significa “dei giganti”, e non è difficile capirne il motivo. I muri raggiungono i sei metri d’altezza e alcune lastre superano le cinquanta tonnellate. Secondo la leggenda locale, una gigantessa di nome Sansuna li costruì mentre allattava il figlio. Così l’immaginazione popolare trasformò lo sconcerto in mito e lo stupore in spiegazione. Ma dietro il mito resta una delle domande più antiche dell’umanità: cosa ci spinse a trasformare una pietra in un segno del sacro?

Il tempio più antico del mondo

Ġgantija fa parte dei cosiddetti Templi Megalitici di Malta, dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO nel 1980. Gli archeologi datano la sua costruzione tra il 3600 e il 3200 a.C., in piena fase Ġgantija della preistoria maltese. Si tratta di due templi affiancati, uniti da un muro comune, con ingressi separati che conducono a uno spazio interno a forma di trifoglio.

Il materiale è la pietra calcarea locale in due varietà: la corallina, dura e rossastra, usata per i muri esterni, e la globigerina, più tenera e facile da scolpire, riservata ad altari e soglie interne. I muri presentano una forma concava, tipica dei templi maltesi, e un’ampia esplanata esterna che fungeva da atrio o anticamera rituale.

La sensazione, ancora oggi, è di monumentalità serena: non c’è verticalità imponente né ostentazione, ma un’architettura di peso e silenzio. I visitatori percorrono un corridoio centrale che conduce a cinque absidi disposte attorno all’asse principale. È uno spazio che non intimorisce, ma accoglie: un santuario costruito a misura di comunità.

Costruire l’impossibile

La domanda inevitabile è come sia stato possibile erigere un’opera simile senza metallo, senza carrucole, senza animali da tiro. Gli scavi hanno dimostrato che i costruttori utilizzarono rampe, leve e rulli di pietra, muovendo i blocchi con una combinazione di tecnica, forza e cooperazione sociale.

Gli archeologi sospettano che la costruzione stessa fosse un atto rituale. Non si trattava solo di edificare un edificio, ma di partecipare a una liturgia collettiva in cui ogni sforzo fisico aveva un valore simbolico. Costruire un muro significava rafforzare il legame del gruppo, come la mietitura o l’accensione del fuoco.

A Ġgantija, la spiritualità non si riduce a ciò che accadeva dentro il tempio: comincia nel momento stesso della sua creazione. Le mani che trascinavano quelle pietre stavano già offrendo qualcosa agli dèi.

Una casa per il rito, non per gli dèi

Il termine “tempio” può trarre in inganno. Nel mondo neolitico maltese non esistevano dèi con nomi propri né una casta sacerdotale riconoscibile. Esistevano spazi rituali comunitari in cui vita quotidiana e sacro si intrecciavano.

Gli scavi diretti da David Trump, Caroline Malone e Simon Stoddart hanno individuato a Ġgantija focolari di pietra, ossa animali, fori di libazione e frammenti di ceramica. Tutto fa pensare a banchetti rituali e offerte collettive, atti di celebrazione legati alla fertilità del suolo e al ciclo agricolo.

La grande spianata esterna suggerisce che buona parte delle cerimonie si svolgesse all’aperto, di fronte alla facciata concava che fungeva da scena. Solo un piccolo gruppo — forse anziani o capi — accedeva all’interno, dove si trovavano altari, tavoli e cavità per le offerte.

Sul pavimento sono state trovate tracce di ocra rossa, un pigmento naturale che evocava il sangue e la vita. Nella logica simbolica dell’epoca, dipingere con l’ocra significava riattivare la forza vitale della terra.

Ġgantija, dunque, non fu una cattedrale né un tempio nel senso teologico del termine: fu una casa per il rito, e la sua liturgia principale era la gratitudine per la vita.

 

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La spiritualità dell’abbondanza

Per molto tempo si parlò del “culto della Dea Madre”, un’ipotesi diffusa a metà del XX secolo grazie alle figurine femminili ritrovate nei vari templi di Malta. Tuttavia, la ricerca contemporanea — in particolare i risultati del progetto europeo FRAGSUS (Università di Cambridge) — ha ridimensionato questa teoria.

Non esistono prove conclusive di una religione matriarcale o di una divinità unica. Ciò che emerge è piuttosto un sistema simbolico legato alla fertilità, all’abbondanza e alla continuità della vita, espresso attraverso figure femminili, animali, ocra e alimenti.

La spiritualità di Ġgantija non è quella di un dogma, ma di una celebrazione condivisa. In un ambiente insulare dalle risorse limitate, la comunità trovava nel rito il modo per rinnovare il legame con la terra e ringraziare per la sopravvivenza.

L’archeologia mostra che il tempio veniva usato periodicamente, forse durante festività legate al calendario agricolo. La spiritualità maltese primitiva era, in sostanza, agraria e comunitaria: non venerava un dio lontano, ma la forza stessa che faceva germogliare il grano

Vita, morte e memoria

A poca distanza da Ġgantija, gli scavi del Xagħra Circle (o Brochtorff Circle) hanno rivelato una grande necropoli ipogea, contemporanea al tempio. Vi sono stati trovati i resti di centinaia di individui, insieme a offerte e figurine simili a quelle dei templi.

Questa vicinanza fisica tra santuario e sepoltura suggerisce un paesaggio rituale integrato, dove vita e morte facevano parte di un unico ciclo sacro. I riti di fertilità e quelli funerari si completavano a vicenda: entrambi celebravano il ritorno alla terra.

In un certo senso, i templi di Gozo sono pietre di memoria: luoghi dove vivi e antenati si incontrano per garantire la continuità del mondo.

Il tempo nella pietra

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che i templi maltesi fossero allineati con fenomeni astronomici: l’alba del solstizio d’inverno o gli estremi del ciclo lunare. Nel caso di Ġgantija, l’orientamento dell’asse principale verso sud-est potrebbe essere legato al sorgere del sole invernale.

Non esiste un consenso definitivo, ma tutti concordano sul fatto che i costruttori osservassero il cielo con precisione. Le fasi lunari e i movimenti del sole segnavano il ritmo agricolo e rituale dell’anno. In questo senso, Ġgantija funzionava anche come calendario di pietra, un orologio spirituale delle stagioni.

 

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I giganti e lo sguardo moderno

Il nome Ġgantija, “dei giganti”, appartiene al folclore successivo, ma racchiude un’intuizione profonda: la consapevolezza che quel luogo oltrepassa la misura umana. Per secoli, i contadini di Gozo guardarono quelle pietre senza sapere chi le avesse erette, e il mito della gigantessa fu un modo per mantenere vivo lo stupore.

Oggi, chi visita il sito prova ancora quel senso di vertigine. Tra la pietra calcarea e il cielo, Ġgantija continua a compiere la sua funzione più antica: ricordarci che il sacro comincia quando riconosciamo la nostra piccolezza.

Visitare Ġgantija oggi

Il complesso di Ġgantija è gestito da Heritage Malta e visitabile tutto l’anno. Il percorso include un piccolo centro interpretativo con reperti originali, modellini e audiovisivi.

Per chi cerca qualcosa di più di una semplice visita archeologica, conviene arrivare all’alba o al tramonto, quando la luce esalta i toni rossastri della pietra calcarea e il silenzio permette di immaginare i suoni del rito: il fuoco, le voci, il colpo delle pietre. Non serve fare nulla di speciale, solo fermarsi davanti alla grande lastra d’ingresso e attraversarla consapevolmente, come chi varca una soglia tra il tempo profano e il tempo rituale.

Lungi dall’essere un vestigio isolato, il mondo rituale cristallizzato in Ġgantija pose le basi di una sensibilità spirituale duratura nell’arcipelago. Attraverso millenni di pratiche agrarie, offerte comunitarie e architetture simboliche, Malta costruì un paesaggio in cui il sacro faceva parte della vita quotidiana.

Questo intreccio di memoria e rito preparò, senza saperlo, il terreno per nuove espressioni di fede. Quando Paolo di Tarso naufragò sulle sue coste nel I secolo, trovò una popolazione abituata a leggere il mondo in chiave simbolica e a integrare il trascendente nella vita comune.

In questo senso, la lunga preistoria rituale di Malta non fu un semplice preludio, ma la matrice profonda da cui germinarono le prime forme di cristianesimo insulare, facendo di Malta una delle prime culle del cristianesimo primitivo.

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