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Cosa succede quando cammini sul tetto del mondo

I pellegrini tibetani durante il primo giorno della kora rituale (yatra) intorno al sacro Monte Kailash. Almazoff - Shutterstock
I pellegrini tibetani durante il primo giorno della kora rituale (yatra) intorno al sacro Monte Kailash. Almazoff - Shutterstock

C’è un momento preciso, su certi sentieri del Tibet o delle Ande, in cui le gambe smettono di lamentarsi e il cervello decide semplicemente di arrendersi al presente. Se pensate al misticismo, vi sbagliate. È ossigeno che manca!

Chiamiamolo il momento della resa. Arriva quasi sempre tra i 4.000 e i 4.500 metri, in un punto del cammino dove il paesaggio è già così assurdo nella sua grandiosità che smette di sembrare reale. Pochi passi, poi una pausa. Poi altri pochi passi. Il fiato che non arriva come dovrebbe. Le gambe che pesano il doppio del solito. E qualcosa, nel mezzo di tutto questo, che comincia a rallentare in modo strano — non il corpo, ma il pensiero.

Chi ha camminato lungo la kora del Monte Kailash — il percorso di 52 chilometri che circonda la montagna sacra per tibetani, induisti, giainisti e buddhisti, con il punto più alto al passo Dolma La a 5.636 metri — racconta quasi sempre la stessa cosa: i primi giorni si fa del camminare un problema tecnico da risolvere. Ritmo, fiato, pause ogni venti minuti, acqua, bastoni. Si contano i passi, si guardano le scarpe, si seguono le bandiere di preghiera che costellano il sentiero come un codice in una lingua sconosciuta. Poi, qualcosa cambia. Il cerchio si stringe. La mente smette di amministrare e inizia semplicemente a stare. L’unica cosa che esiste è il passo che stai facendo adesso. Questo passo. Ed è solo fisiologia.

La saggezza del corpo

A 5.000 metri, l’aria contiene circa la metà delle molecole di ossigeno disponibili a livello del mare. Il corpo — quell’organismo pragmatico, poco incline alle metafore — risponde aumentando la frequenza respiratoria, accelerando il cuore, cercando di compensare con volume quello che non può ottenere con concentrazione. Ma il cervello, che è l’organo più esigente del corpo in termini di consumo di ossigeno, riceve comunque meno di quanto è abituato. E questo ha effetti concreti, misurabili, e — per chi è disposto a guardarli con curiosità invece che con panico — straordinariamente interessanti.

Il lobo frontale, quella regione cerebrale che supervisiona la pianificazione, il giudizio, la proiezione nel futuro, funziona in modo diverso in condizioni di lieve ipossemia. I pensieri astratti diventano più faticosi. Le preoccupazioni a lungo termine perdono nitidezza. Ciò che rimane nitido, invece, è il presente immediato: il sentiero sotto i piedi, il freddo sul viso, il suono del vento. I meditatori zen parlano da secoli di questo stato come di una meta. L’alta quota lo consegna, senza preavviso e senza richiesta, a chiunque abbia le scarpe giuste.

 

A stunning view of the mountains with a tranquil atmosphere at Tungnath Temple, Chopta, Uttarakhand, India.
Una vista mozzafiato sulle montagne e un’atmosfera di tranquillità al tempio di Tungnath, Chopta, Uttarakhand, India

I medici che studiano le popolazioni d’alta quota — i tibetani, i quechua delle Ande, gli sherpa del Nepal — hanno trovato adattamenti genetici straordinari che permettono a questi corpi di funzionare dove il nostro arranca. Varianti in certi geni, ereditate da migliaia di anni di selezione in altitudine, regolano in modo diverso la produzione dei globuli rossi e il trasporto dell’ossigeno nel sangue.

Ma la cosa più interessante, forse, non è che loro stiano meglio. È che noi, messi sotto pressione, impariamo qualcosa che in pianura avremmo impiegato anni di pratica meditativa a scoprire: che il momento presente non è un concetto filosofico. È una sensazione fisica. E l’alta quota la rende semplicemente impossibile da ignorare.

I guías quechua delle Ande hanno una parola, despacio, che tecnicamente significa “piano” o “lentamente” ma che in montagna assume una sfumatura molto diversa. Non è un avvertimento di sicurezza. È quasi una filosofia: rallentare perché la fretta, lassù, è una forma di arroganza verso il cerro, verso la montagna, verso il luogo stesso. Chi arriva con il ritmo convulso della città — il ritmo delle riunioni back-to-back, dei messaggi istantanei, delle notifiche sovrapposte — impara questa lezione quasi sempre nel modo peggiore. Un mal di testa che non risponde all’aspirina, una notte intera passata a guardare il soffitto di un rifugio a 4.200 metri, il senso spiacevole che il proprio corpo abbia deciso di fare sciopero nel posto meno conveniente del mondo.

 

Group of tourists walking along the rocky path from Mount Sinai at dawn
Gruppo di turisti che percorrono il sentiero roccioso del Monte Sinai all’alba.

Il processo di acclimatazione richiede qualcosa che la modernità ha quasi dimenticato come si fa: aspettare. Non si può forzare. Non si può comprare un supplemento che lo acceleri, non esiste un’app che aiuti. Il corpo lavora ai suoi tempi — produce più globuli rossi, regola i meccanismi di trasporto dell’ossigeno, aggiusta i parametri del respiro — e l’unica cosa intelligente che si può fare è stargli dietro, camminare piano, bere molta acqua e osservare. Osservare il paesaggio, certo. Ma anche osservare se stessi in un modo che a bassa quota non capita quasi mai.

C’è qualcosa di profondamente onesto nell’alta quota, in questo senso. Ti mostra esattamente chi sei quando non puoi più fare finta di avere tutto sotto controllo. La stanchezza è reale e non negoziabile. La lentezza è imposta e non trattabile. E in quella lentezza, in quel non potersi distrarre dal proprio corpo che respira con fatica, molte persone trovano — a sorpresa — una forma di quiete che non si aspettavano.

Un nuovo modo di guardare

Certi pellegrini tornano dal Kailash o dall’Inca Trail e raccontano di aver risolto problemi che giacevano irrisolti da anni. Relazioni complicate che si sono chiarite da sé durante una salita. Scelte rimaste in sospeso che hanno improvvisamente trovato una risposta ovvia. Paure tenute a bada dalla routine che sono emerse e poi, stranamente, sono sembrate meno grandi di come le ricordavano. Non lo dicono con toni da guru da retreate di lusso. Lo dicono con la stessa semplicità con cui direbbero di aver visto un tramonto bellissimo. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Il che, probabilmente, è esattamente quello che è.

La scienza offre spiegazioni parziali per tutti questi fenomeni. Alterazioni del flusso cerebrale, modificazioni della percezione temporale, cambiamenti ormonali legati allo sforzo prolungato, effetti della solitudine e del silenzio sul sistema nervioso. Tutte spiegazioni plausibili e utili. Tutte, però, sembrano insufficienti davanti a una persona specifica che torna dal tetto del mondo con qualcosa di diverso negli occhi. Qualcosa di più lento. Di più fermo. Come se avesse fatto un accordo con sé stessa durante la salita e ora non avesse intenzione di romperlo

L’aria rarefatta elimina le domande inutili. Le preoccupazioni che a bassa quota sembrano urgenti perdono quota molto prima di te. E quando il rumore di sottofondo della mente si abbassa — per ipossemia, per stanchezza, per la grandiosità assoluta del paesaggio intorno — a volte emerge qualcosa che in tanti anni di vita normale non aveva mai trovato abbastanza silenzio per presentarsi.

I tibetani chiamano lung il vento che scorre nei canali interni del corpo. Le tradizioni contemplative di ogni montagna del mondo hanno un nome per quella sensazione. Anche chi non ha nessun riferimento spirituale, alla fine della kora, capisce di cosa parlano.

 

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