Le nubi del monsone avevano appena cominciato ad addensarsi sulle pianure dell’India settentrionale quando Siddhartha Gautama, da poco risvegliato dalla lunga meditazione sotto l’albero del Bodhi, iniziò il suo cammino verso Sarnath. La tradizione, tramandata nei testi buddhisti più antichi, lo ricorda mentre percorreva sentieri di foresta fiancheggiati da alberi di sal e di teak, con una determinazione silenziosa ma incrollabile. Non era più il cercatore che aveva lasciato Kapilavastu anni prima: ora era il Buddha — “l’Illuminato”. Ad attenderlo non c’erano né un trono né un eremo, ma cinque compagni che un tempo lo avevano abbandonato.
Erano asceti — i suoi primi seguaci durante gli anni di severa mortificazione. Quando Gautama scelse una via di mezzo tra l’austerità estrema e l’indulgenza, essi lo avevano ritenuto privo di disciplina. Tuttavia, quando il Buddha si avvicinò al Parco dei Cervi di Sarnath, un luogo vicino al Gange noto per i suoi boschetti tranquilli e i suoi cervi mansueti, qualcosa nel suo portamento li persuase del contrario. La tradizione narra che la sua calma presenza disarmò il loro scetticismo ancor prima che parlasse. Ciò che seguì divenne noto come il Dhammacakkappavattana Sutta — “La Messa in Moto della Ruota del Dharma”.
La scena nel Parco dei Cervi
Nel V secolo a.C., Sarnath si trovava poco a nord della città sacra di Varanasi, uno dei più antichi centri urbani del bacino del Gange. Il nome del sito, derivato da Isipatana — “il luogo dove caddero i veggenti” — suggerisce un’antica associazione con gli asceti erranti. Boschetti di mango e di pipal ombreggiavano le radure aperte, e i venti del monsone portavano con sé il profumo della terra bagnata.
Qui, il primo discorso del Buddha si svolse non come una proclamazione solenne, ma come un dialogo — misurato, riflessivo, e centrato sull’intuizione raggiunta sotto l’albero della Bodhi. Egli iniziò affrontando due estremi: la ricerca del piacere sensuale e la pratica dell’ascetismo severo. Entrambi, disse, erano indegni di chi cercava la verità. Rifiutandoli, enunciò ciò che chiamò la Via di Mezzo — un cammino equilibrato che conduce alla comprensione e alla liberazione dalla sofferenza.
Poi, con tono calmo e deliberato, descrisse le Quattro Nobili Verità. La prima riconosceva la condizione universale della sofferenza (dukkha), presente nella nascita, nel decadimento e nella perdita. La seconda ne identificava la causa: la brama e l’attaccamento. La terza affermava la possibilità della cessazione, uno stato in cui la brama si estingue. La quarta delineava il sentiero verso quella cessazione, poi conosciuto come il Nobile Ottuplice Sentiero: retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retti mezzi di sostentamento, retto sforzo, retta consapevolezza e retta concentrazione.
Il discorso fu conciso, ma in esso si trovava il fondamento di tutta la tradizione buddhista. Il linguaggio del Buddha, secondo il Canone Pāli, era pragmatico più che metafisico. Egli non parlò di dèi o di creazione, ma dell’esperienza: di come la sofferenza sorge e di come possa cessare attraverso la disciplina della consapevolezza.
La rotazione della Ruota
Nell’immaginario buddhista, questo sermone è descritto come la “rotazione della Ruota del Dharma”. I raggi della ruota simboleggiano gli elementi dell’Ottuplice Sentiero, mentre la forma circolare rappresenta la continuità della comprensione. A Sarnath, il Buddha avrebbe fatto ruotare questa ruota per la prima volta, inaugurando un movimento destinato, nei secoli, a diffondersi in tutta l’Asia.
Tra i cinque ascoltatori, uno — Kondañña — si dice abbia compreso pienamente il significato del discorso. La sua realizzazione segnò la nascita della Saṅgha, la comunità dei praticanti. Con essa, presero forma le Tre Gemme del Buddhismo: il Buddha, il Dharma (l’insegnamento) e la Saṅgha (la comunità).
Memoria archeologica
Secoli dopo, l’imperatore Aśoka, che regnò sull’Impero Maurya nel III secolo a.C., commemorò Sarnath con una colonna di pietra sormontata da quattro leoni rivolti verso i punti cardinali. Questa Capitale del Leone di Aśoka — oggi emblema nazionale dell’India — simboleggia sia la sovranità che l’autorità morale.
Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce stupa, resti monastici e frammenti di balaustre scolpite che testimoniano l’importanza di Sarnath attraverso le dinastie successive. Pellegrini provenienti da Sri Lanka, Cina e Tibet visitarono il sito nei secoli, lasciando resoconti che ne lodavano la quiete sacralità e l’eco duratura della “prima rotazione del Dharma.”
Nei primi secoli dell’era cristiana, Sarnath divenne un rinomato centro di apprendimento, legato alle scuole di filosofia buddhista che dibattevano sulla natura della percezione e della realtà. I suoi monasteri prosperarono fino al XII secolo, quando decaddero con i mutamenti politici dell’India settentrionale. Tuttavia, il Parco dei Cervi rimase, e il Sarnath moderno continua ad attirare visitatori di molte tradizioni — monaci, studiosi e viaggiatori.
Riflessioni su un inizio
Immaginare quel primo sermone significa evocare un momento austero ma profondo: un piccolo gruppo riunito all’aperto, un maestro che parla non di rivelazioni divine, ma della condizione umana. Le parole del Buddha, tramandate per secoli attraverso la tradizione orale, si rivolgevano all’osservazione più che alla fede — un invito a esaminare la natura della propria mente.
Oggi, chi percorre i sentieri di Sarnath incontra strati di pietra e memoria: il grande Dhamek Stupa, che sorge su un’antica base; i resti delle celle monastiche disposte in geometrie precise; e i cervi silenziosi che ancora si aggirano nel parco. Ogni elemento fa parte di un paesaggio in cui filosofia, storia e pellegrinaggio si intrecciano.
In questo contesto, l’idea di un “primo sermone” assume un significato che va oltre la dottrina: diventa un momento di chiarezza condiviso tra persone in cerca di comprensione, l’inizio di una tradizione fondata non sull’adorazione, ma sulla consapevolezza.
La ruota che cominciò a girare a Sarnath continua a simboleggiare quel movimento — la continua ricerca di equilibrio, intuizione e liberazione iniziata con una camminata nei boschi della pianura del Gange più di duemila anni fa.

