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Paesaggio della Ribeira Sacra con il fiume Sil che serpeggia tra pendii ricoperti di vigneti e cime avvolte dalla nebbia a Doade, Galizia luscofusco - Shutterstock

Il Cammino d’Inverno: il percorso verso Santiago che sfida il freddo e l’oblio

Questo Cammino di Santiago non è il più antico, né il più breve, né il più conosciuto. Non attraversa nemmeno i grandi passi montani né tocca le città più famose del Cammino. Tuttavia, chi lo scopre raramente lo dimentica. È il Cammino d’Inverno, un sentiero che serpeggia tra valli e canyon, costeggia fiumi e vigneti e si addentra in regioni dalla bellezza serena e dal patrimonio nascosto.

Dal suo riconoscimento ufficiale nel 2016, questo percorso ha iniziato a suscitare l’interesse dei pellegrini che cercano un’esperienza diversa: più personale, meno affollata, con tempo per la contemplazione e spazio per la sorpresa. Lontano dal trambusto del Cammino Francese, questo sentiero offre un altro tipo di pellegrinaggio, caratterizzato dalla solitudine, dal silenzio e dalla scoperta di un territorio ricco di storia, arte e natura.

Nato dalla necessità

A differenza di altri percorsi giacobei, nati da vie romane, devozioni locali o decisioni politiche, il Cammino d’Inverno ha un’origine profondamente funzionale: fu una risposta diretta al clima. Nacque nel Medioevo, ma acquisì importanza a partire dal XVII secolo, in pieno boom della cosiddetta Piccola Era Glaciale.

Era normale che, in inverno, i pellegrini trovassero chiusi i tradizionali passi di montagna a causa della neve. In particolare, il passo di O Cebreiro – lo storico ingresso galiziano del Cammino Francese – diventava un ostacolo pericoloso e, spesso, insormontabile.

Così, i viandanti cominciarono a deviare verso sud nella località leonese di Ponferrada, alla ricerca di quote più basse dove poter proseguire il loro cammino senza interruzioni. La valle del fiume Sil offriva un corridoio naturale che permetteva di avanzare al riparo tra le montagne, seguendo il corso dell’acqua ed evitando le nevi della catena montuosa. Nacque così un cammino che non era una semplice via alternativa, ma una vera e propria via invernale: più lunga, sì, ma anche più sicura.

Un caso documentato che illustra questo uso storico è quello del religioso italiano Gian Lorenzo Buonafede Vanti. Nel 1717, dopo aver visitato Santiago, decise di tornare indietro per questa “strada diritta” – come lui stesso la definì – per evitare il passo innevato di O Cebreiro.

Meno trafficato, più silenzioso: la differenza come virtù

Questa motivazione climatica rende il Cammino d’Inverno un’eccezione nel mosaico giacobeo. E, forse proprio per questo motivo, è stato anche un percorso dimenticato per molto tempo, relegato dai più canonici.

Questa logica gli conferisce un carattere singolare. Non passando per i grandi centri giacobeo né per tappe affollate, questo cammino ha conservato un’atmosfera di raccoglimento che molti pellegrini apprezzano. È meno trafficato, più tranquillo, senza il peso del turismo di massa. Ed è proprio in questa semplicità che trova la sua forza: chi percorre il Cammino d’Inverno lo fa, in gran parte, per allontanarsi dal trambusto e avvicinarsi a un’esperienza più contemplativa.

Inoltre, a differenza di altre varianti che si ricollegano al Cammino Francese, questo percorso segue un proprio corso. Da Ponferrada fino alla sua confluenza finale con la Via de la Plata vicino a Lalín, il Cammino d’Inverno traccia una diagonale che non ripercorre i passi di altri cammini, ma apre una via completamente indipendente verso Santiago. Questa indipendenza geografica rafforza la sua identità come percorso con una propria voce all’interno dell’universo giacobeo.

 

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Paesaggi, villaggi e patrimonio

Percorrere il Cammino d’Inverno significa attraversare un corridoio naturale di inaspettata bellezza. Dalla città templare di Ponferrada alle torri della Cattedrale di Santiago, questo percorso costeggia le montagne senza scalarle, accompagna i fiumi senza perdersi e attraversa regioni dove il tempo sembra scorrere al ritmo del camminatore.

I suoi quasi 250 chilometri attraversano cinque regioni culturali diverse e le quattro province galiziane, cosa che nessun altro percorso giacobeo fa. Ma al di là dei dati, ciò che definisce questo sentiero è la sua capacità di rivelare l’inaspettato in ogni giornata.

Il percorso inizia a Ponferrada, capitale del Bierzo, dominata dall’imponente castello dei templari. Qui il pellegrino lascia alle spalle il Cammino Francese e si dirige verso sud-ovest, addentrandosi in un paesaggio rossastro e ondulato: Las Médulas, antica miniera d’oro romana dichiarata Patrimonio dell’Umanità, dove le montagne sembrano scolpite da giganti. È un inizio grandioso, quasi epico, che dà il tono al viaggio: storia, natura e stupore.

Da lì, il percorso si inserisce nella valle del fiume Sil, che accompagnerà il pellegrino per oltre 70 chilometri, il tratto fluviale più lungo di qualsiasi Cammino di Santiago. Questa vicinanza all’acqua non è solo un dato geografico: segna il ritmo del cammino, inumidisce il paesaggio, disegna canyon e terrazze di vigneti e offre una musica di sottofondo costante. Attraversando il confine della Galizia a Valdeorras (Ourense), si entra nella terra dell’ardesia e del vino. O Barco, A Rúa, Vilamartín: paesi semplici, circondati da cantine e colline, dove l’ospitalità si misura ancora in conversazioni e pane appena sfornato.

Più avanti, il Cammino penetra in una delle zone più straordinarie del percorso: la Ribeira Sacra lucense. Qui, il Sil scorre incassato tra pareti verticali ricoperte di boschi e vigneti eroici. È un paesaggio che stupisce e tranquillizza. Sui pendii sopravvivono decine di monasteri romanici, molti nascosti tra gli alberi, eredità di secoli di ritiro e contemplazione. I belvedere di Cabezoás o Aldea do Mundo offrono panorami che da soli giustificano l’intero viaggio.

 

Impressive view of the Ribeira Sacra from a small hermitage
Vista mozzafiato della Ribeira Sacra da un piccolo eremo

Il percorso prosegue attraverso Monforte de Lemos, città monumentale dal carattere forte: castello medievale, ponti storici e l’imponente Colegio de la Compañía, soprannominato “Escorial de Galicia”. Da lì, il percorso si dirige verso Chantada, dove appare uno dei tratti più suggestivi del viaggio: i Codos de Belesar, un antico sentiero acciottolato che scende a zig-zag verso il fiume Miño, come se la storia si fosse trasformata in pietra sotto i piedi. Attraversare questa salita non è solo uno sforzo fisico, ma anche un’immersione sensoriale: boschi, rovine, l’odore della terra umida, il rumore del fiume sottostante.

Giunti nella provincia di Pontevedra, si sale al Monte Faro, che con i suoi 1.187 metri è il punto più alto del percorso. Non è una vetta impegnativa, ma simbolica: dalla sua cima, nelle giornate limpide, si vedono le quattro province galiziane e si capisce perché questo cammino è considerato “il più galiziano di tutti”. In cima si trova la cappella di Nosa Señora do Faro, luogo di promesse, leggende e raccoglimento.

La discesa porta al Deza, terra di pastori e stufati, con Lalín come capoluogo. Qui il Cammino d’Inverno si unisce alla Via della Plata, aggiungendosi ad altri pellegrini per gli ultimi 45 chilometri fino a Santiago de Compostela. Ma anche questo tratto finale riserva delle sorprese: ponti medievali, chiese romaniche, villaggi fermi nel tempo. L’arrivo alla Praza do Obradoiro non è meno emozionante per il fatto di essere arrivati da un’altra strada: al contrario, molti sostengono che, dopo tanto silenzio e tanta bellezza, l’emozione è più profonda, più contenuta.

Terra del vino

C’è una costante lungo il percorso: il vino. Nessun altro itinerario jacobeo attraversa tre denominazioni di origine così importanti come Bierzo, Valdeorras e Ribeira Sacra. Vigneti su terrazze impossibili, cantine secolari, viti che sfidano il pendio e il clima: il Cammino d’Inverno è anche un viaggio tra i vitigni, dove ogni bicchiere racconta una storia di impegno, radici e memoria.

Chi lo percorre non solo cammina verso Santiago: attraversa una Galizia meno turistica, più interna, più vera. E ad ogni passo scopre che l’inverno, lungi dall’essere un ostacolo, può essere una stagione fertile per l’incontro, l’introspezione e lo stupore.

Con un’anima propria

Nel variegato universo del Cammino di Santiago, il Cammino d’Inverno è un’eccezione che arricchisce il tutto. Non compete con i grandi percorsi, né ne ha bisogno. Il suo valore non sta nella quantità, ma nella qualità dell’esperienza che offre. È un percorso che non è nato per essere protagonista, ma per soddisfare un’esigenza concreta – aggirare la neve – e che nella sua apparente marginalità ha conservato ciò che molti altri hanno perso: l’autenticità.

Percorrerlo significa attraversare una Galizia interna, meno conosciuta, profondamente rurale e viva. Significa scoprire paesaggi che non si vedono nelle cartoline, ma che rimangono impressi nella memoria: il rosso minerale di Las Médulas, l’abisso sereno del canyon del Sil, il selciato contorto dei Codos de Belesar, la cima del Monte Faro aperta ai quattro punti cardinali. È avanzare tra vigneti eroici, monasteri nascosti, villaggi che accolgono senza ostentazione e paesaggi che ospitano senza chiedere nulla in cambio.

E, soprattutto, è ritrovare il senso originario del cammino: avanzare con umiltà, accettare il ritmo lento, aprirsi all’incontro e allo stupore. Il Cammino d’Inverno non è un percorso per collezionare tappe o accumulare credenziali. È un cammino per fermarsi, guardare e ascoltare.

Per chi cerca un pellegrinaggio diverso, più sereno, più naturale, più profondo, il Cammino d’Inverno offre una vera alternativa. E per chi lo ha già percorso, rimane la certezza di aver percorso non solo un cammino verso Santiago, ma una strada verso un altro modo di camminare. Più libero. Più silenzioso. Più proprio.

 

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